Hamsik e Napoli: un addio perfetto che apre le porte del futuro

Ha incarnato pregi e limiti della gestione De Laurentiis. Ha tolto ai tifosi la cerimonia. Ancelotti è la persone ideale per gestire il momento: da manager, senza tragedie

Hamsik e Napoli: un addio perfetto che apre le porte del futuro

Spiazzata la Napoli che non esiste

L’addio di Marek Hamsik al Napoli sta monopolizzando il dibattito calcistico cittadino. Il cuore di Napoli, il presunto cor’e Napule (presunto, “Napoli non esiste” ha magistralmente scritto Raniero Virgilio) è rimasto spiazzato. In meno di ventimila allo stadio per una squadra seconda in classifica – eh mai i tifosi sono abituai a ben altro: mah -, roba da pubblico di quarta serie, si sono persi uno dei momenti clou degli ultimi anni. In genere i tifosi del Napoli mettono l’abito buono, e danno vita alla classica messinscena solo quando si accendono i riflettori. Le lacrime, il pubblico più bello del mondo e tutto il festival dell’ipocrisia che ben conosciamo. Stavolta sono stati colti in contropiede. Erano comodamente a casa sul divano (in tanti col pezzotto) quando Hamsik è salito sul palco e ha salutato. Uh maronna mia, che ci siamo persi. Chissà se organizzeranno una replica, lì i napoletani non si faranno trovare impreparati.

Venendo al dunque, l’addio di Marek Hamsik è certamente un addio che colpisce. Colpisce perché Marek – contestato al suo arrivo, non dimentichiamolo mai, con i “““tifosi””” che di fronte a lui e a Lavezzi gridavano: “Meritiamo di più” – è cresciuto con il Napoli. Ha accompagnato la squadra di De Laurentiis dal ritorno in Serie A – Napoli-Cagliari 0-2 – a tutto quello che abbiamo vissuto. Nel bene ma anche nel male. È stato anche fischiato, del resto lo fu persino Maradona. È arduo contestare, sempre che si faccia esercizio di onestà intellettuale, quel che scrive Vittorio Zambardino su Facebook:

Addio Marek, sei stato un puledro elegante del pallone e un caro amico, ma sei anche il diario di tutti i nostri ostacoli non saltati, di tutti i nostri vorrei ma non posso.

Una bandiera, il nostro specchio

Reggetevi forte. Marek è stata una bandiera. Lo è. È nei cuori dei tifosi. Dal comportamento esemplare, in campo e fuori. Ma non è un grande campione. Non lo è mai stato. Non è una colpa. Non è mai stato Lampard né Gerrard. Siamo sinceri, anche per questo è rimasto a Napoli. E noi lo abbiamo giustamente apprezzato. Era perfetto per noi. Un calciatore dai mezzi straordinari, come ha mostrato ancora una volta ieri sera (splendida prestazione nella sera dell’addio), autore di pennellate che ricorderemo per sempre.

Nei ricordi di chi scrive, sono da incorniciare un gol a Roma contro la Lazio, un gol che sembra una tennistica stop-volley, o ancora il passaggio a Insigne per il gol alla Fiorentina nel primo anno di Sarri (forse la sua stagione migliore), ovviamente la sera della rimonta a Torino contro la Juventus, e tanti tanti altri ancora. Non uno in grado di prendere la squadra per mano e portarla chissà dove, lo sappiamo tutti. Però, attenzione, di certo non un freno per questo Napoli. Più che altro uno specchio. Incarnava perfettamente il Napoli di De Laurentiis. Ben più di Cavani e Higuain. È difficile – ma certamente non impossibile – trovare chi possa fare meglio. Starà al Napoli dimostrarlo.

L’importanza di Ancelotti

E qui viene il passaggio che più ci interessa. Soltanto questa gestione, la gestione Ancelotti, poteva gestire la partenza di Hamsik a febbraio, a mercato chiuso. Senza storie, senza tragedie. Accompagnando il processo, come fa un uomo d’azienda. Come al solito, il tecnico centra la questione: «Non c’è bisogno dei sosia per sostituire i giocatori». Frase da incorniciare. Incomprensibile ai più. Il Napoli, lo abbiamo scritto più volte, nelle ultime due sessioni di calciomercato ha perso tempi importanti per rinnovarsi. E sono errori che ti trascini dietro. Il Napoli non è il Real Madrid. Non può portarsi sul groppone troppi giocatori ultratrentenni, rischi di affogare. “Vendi e pentiti” diceva Mino Raiola.

E quello di Hamsik è un addio che per noi arriva con sei mesi di ritardo. Ma forse la scorsa estate sarebbe stato più arduo gestire la sua partenza, anche per Ancelotti. Uno che ha le idee ben chiare. Un allenatore e un manager. Che sa cosa serve a questo Napoli per rimanere competitivo. Deve cambiare pelle e rinnovarsi. Come è stato evidente a tutti dopo Liverpool. Il “resettare” di De Laurentiis che come al solito provocò tante inutili polemiche. Un problema di organico non c’è. Il Napoli, dopo il triennio Sarri, è tornato a giocare con due giocatori in mediana come ai tempi di Benitez. E oggi come allora, infatti, i centrocampisti in rosa sono quattro: Fabian, Zielinski, Allan, Diawara. Diawara avrà l’opportunità di dimostrare se è da Napoli o no. Si fa così. Visto che la qualificazione Champions è assicurata – a meno di terremoti al momento imprevedibili.

Hamsik ha lasciato con una prestazione abbagliante. Ed è stato giusto così. Con quell’apertura a Callejon che ha propiziato il gol di Milik. Quando gioca col compasso, è un numero uno. Hamsik, però, va in Cina. Non va al Real Madrid. Va a chiudere la carriera con un contratto dorato. Consapevole che in un calcio competitivo per lui non c’è posto, sicuramente non tutte le domeniche. Ci alziamo in piedi ed applaudiamo, come abbiamo fatto ieri – perché noi allo stadio ci andiamo – e amiamo immaginare che Marek abbia scelto un’uscita di scena low profile, in linea col personaggio. Senza scene strappacuore. Uno che ha vissuto undici anni e mezzo a Castel Volturno, che non è mai stato sopra le righe. Mai. I cui parenti vanno a vedere la partita in Tribuna Nisida. Questo ci mancherà. Va via il giocatore che più e meglio ha rappresentato il Napoli di De Laurentiis. Che oggi è nelle miglior condizioni per gestire senza affanni il suo addio.

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