Contro il razzismo il modello inglese funziona, ma in Italia non lo raccontano

L’impegno del Millwall a bandire i razzisti a vita dallo stadio e a trasformare una tifoseria con cattiva fama in quella che annovera più bambini

Contro il razzismo il modello inglese funziona, ma in Italia non lo raccontano

Il coro razzista

Vivo a Londra da un paio d’anni e sono diventato tifoso del Millwall. Si tratta, chiaramente, di una simpatia diversa da quella che mi lega al club italiano che seguo e ho sempre seguito (ahinoi: l’Inter), ma è comunque un bel rapporto di amicizia. Resto e resterò sempre uno straniero in terra straniera: ma le volte che vado al The Den per la partita, quelle tre o quattro volte a stagione, mi diverto molto. L’esperienza di una partita dal vivo, da queste parti, è davvero appagante, a prescindere dalla qualità tecnica e tattica dei ventidue in campo e dalla posta in palio.

Sabato scorso ero allo stadio per la vittoria in FA Cup contro il ben più blasonato Everton: una vittoria epica, ricca di gol ed emozioni. È stata una giornata da ricordare.

Durante la partita pare che un gruppo di tifosi del Millwall abbia intonato un coro a sfondo razzista. Qualcosa di cui, al momento, non mi sono assolutamente accorto: alcuni media che hanno riportato la notizia parlano di insulti contro la comunità pakistana, ma i dettagli sulla cosa in sé non vengono stressati. Ci si concentra più sulla risposta al problema.

La società ha diramato un comunicato con cui chiede di collaborare con gli inquirenti per identificare i responsabili (cosa non impossibile: acquistare i biglietti in prevendita significa farseli spedire a casa o ritirarli allo stadio presentando un documento. È molto facile risalire al nome di chi era seduto in ogni particolare settore), e ha garantito che – dal canto suo – li bandirà a vita dallo stadio.

A vita.

Niente più partite.

Mai più.

Pessima fama della tifoseria

Il Millwall ha una pessima fama. La sua firm è storicamente considerata una tra le più violente d’Inghilterra. Il giro di vite thatcheriano contro gli hooligan parte, anche, come risposta ai violentissimi scontri a contorno di un Luton – Millwall del 1985. The Den, il nuovo stadio, è stato tra i primissimi realizzati proprio in osservanza alle norme anti-violenza, con particolari accorgimenti per quanto riguarda il deflusso dei tifosi.

Nel 2017 il Millwall (ai tempi in League One, la nostra Serie C) ha ottenuto il Family Club of the Year. È il premio che la federazione inglese assegna ogni anno alla società che, nelle tre categorie inferiori alla Premier, meglio lavora nel portare le famiglie e i bambini allo stadio, offrendo loro un’esperienza positiva. Il piccolo, sporco e cattivo Millwall.

Ecco. A me sarebbe piaciuto che qualche media italiano, pensando alla giusta lotta di Ancelotti e del Napoli contro il razzismo negli stadi, avesse raccontato questa storia. Avesse provato a spiegare come è stato possibile, in circa trent’anni, passare da uno stadio pieno di violenti ad uno pieno di bambini.

La Gazzetta dello Sport si è occupata di Millwall – Everton pubblicando il video di una scazzottata tra tifosi avvenuta un’oretta prima del calcio d’inizio, tra una trentina di supporter delle due squadre, a parecchia distanza dallo stadio. Titolo: “rissa totale”.

Pochi secondi di colluttazione, contenuti egregiamente dalla polizia a cavallo, che ha immediatamente disperso i (pochi, a onor del vero) facinorosi e ristabilito la calma. Rissa sì, insomma: forse non così totale.

Tra i commenti degli utenti ho trovato anche chi ha scelto la linea dell’ironica e compiaciuta autoassoluzione. Del tipo: visto che il tanto decantato modello inglese non funziona così bene? Visto che non siamo solo noi in Italia ad avere certi problemi?

Non è proprio così.

Il modello inglese ha funzionato e sta funzionando. Non essendo la perfezione di questo mondo può sicuramente essere migliorato. Ma viene sostenuto a trecentosessanta gradi.

Quante società italiane bandirebbero a vita un ultras “solo” per un coro razzista?

Quanti giornalisti italiani metterebbero telecamera e microfono sotto il naso dei presidenti di Serie A per chiedere loro (non accettando risposte piene di “se” e “ma”) perché non cacciano per sempre i violenti dagli stadi?

Perché i quotidiani italiani non fanno un’inchiesta sui modelli virtuosi, che esistono? Perché danno enfasi all’episodio violento, in modo acritico, e non a quello positivo?

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