Quel Napoli Lazio 4-3 che fece brillare la meteora Capone

Il Napoli 1977-78, allenatore Di Marzio. Giocava un giovane di grande tecnica ma discontinuo. Quel giorno si accese e segnò i suoi primi due gol in Serie A

Quel Napoli Lazio 4-3 che fece brillare la meteora Capone

Ben prima di un altro famoso 4-3

Era d’aprile e fioccavano le reti. Non era ancora, evidentemente, subentrato il dolce dormire. Le squadre erano in realtà ben sveglie se giocavano a chi faceva un gol in più dell’avversario, come in una partita in strada tra scugnizzi. Grappoli, scorpacciate, vendemmie e sbornie di gol tra Napoli e Lazio, una sfida mai banale, anche quando è finita in pareggio. La partita del 3 aprile 2011 è ancora troppo fresca per inserirla negli annali della storia ma, siamo certi che, come quella che andremo a raccontarvi, ci finirà. Certo, che ci finirà. Dossena ed una tripletta di Cavani per stamparsi per sempre nella memoria collettiva di un popolo. E chi s’o scorda cchiù?

Il primo gol di Capone in Serie A

Ma il nonno oggi racconta al nipotino di un’altra, identica, impresa degli azzurri ai danni dei biancocelesti capitolini. Il Sole, dopo un inizio con un cielo coperto, squarciò il San Paolo e raccontò a sorella Luna di sette gol anche allora. Mancò poco che la gara si chiudesse con lo stesso punteggio di un’altra pirotecnica partita di soli quattro anni prima. Ancora d’aprile ma 3 a 3 finale con reti di Juliano, doppietta di Clerici e tripletta di uno scatenato Chinaglia. Sciò sciò banalità, qua ci vuole il pallottoliere.

Il Napoli di Di Marzio

Il 2 aprile 1978, dunque, 33 anni prima del Cavani-day, Napoli e Lazio si affrontano in una gara che apparentemente non ha nulla da offrire ad entrambe le formazioni. L’Italia è ancora scossa dal rapimento di Aldo Moro, avvenuto due settimane prima, le Brigate Rosse iniziano a trattare in un clima da guerra civile ma il campionato di calcio, si sa, è la droga degli italiani, l’anestesia totale, la paralisi permanente. I romani veleggiano verso una salvezza sicura, traghettati da Lovati che ha sostituito proprio il “nostro” Vinicio, mentre il Napoli di Di Marzio ha qualche buona chance di trovare un posto in Coppa Uefa che, per quei tempi, era oro colato.

Il film di Napoli-Lazio 4-3

Qualificazione che puntualmente arriverà col sesto posto finale, un grande risultato per il giovane allenatore di Mergellina che aveva puntato sullo svecchiamento della rosa. Juliano e Savoldi, ancora motivati e in palla, erano le chiocce di un manipolo di giovani sbarazzini ma con qualità da vendere. Mattolini, Restelli, Ferrario, Stanzione, Vinazzani, Pin e Capone, con un’età media molto bassa, erano titolari quasi inamovibili. A loro si aggiungevano Bruscolotti e La Palma che, sebbene già esperti, avevano ancora una lunga strada davanti a loro (il sassanese giocherà per altri dieci anni raggiungendo lo scudetto mentre il brindisino ancora per otto anni chiudendo la carriera nel Matera). Ininfluenti le presenze di giocatori poco utilizzati come Valente e Mocellin, anch’essi molto giovani, e di due marpioni come Chiarugi e Massa, vicini al declino. Questo era il Napoli di Di Marzio e questo bastava a farci palpitare, a farci emozionare quando dai distinti salivano le scale degli spogliatoi i giocatori in maglia azzurra e le bandiere sventolavano impazzite di gioia.

La scommessa con Ferlaino

Quando scocca l’ora della decima giornata di ritorno, però, i tifosi iniziano a fare un po’ di conti. E la matematica dice che gli azzurri, prima della partita con la Lazio, hanno vinto una volta sola, la domenica precedente in quel di Verona dove Pin giocò una partita mostruosa segnando il gol della vittoria e Mattolini fece ancora di più, superandosi e parando un rigore a Mascetti. Fu lui l’eroe della gara del Bentegodi. Dunque, in nome della antica rivalità, delle lotte sul filo dei punti quando i capitolini vinsero lo scudetto e quando il Napoli glielo fece perdere nel 1972, la gara aveva un suo “perché”. Il giorno prima, tra i titoli dei giornali, si legge che Di Marzio ha scommesso con Ferlaino che il giovane Capone finalmente segnerà. Non sappiamo in che cosa consisteva la scommessa (si vociferò di una cena) ma sappiamo che Antonio Capone fece addirittura doppietta. Dovette essere contento il suo allenatore, almeno fu buon oracolo.

Il gol di Savoldi a Garella

Ed allora partenza a spron battuto, Napoli per l’ultimo anno con la classica tenuta di gioco azzurra con il colletto a v bordato di bianco. I laziali non sembrano spaventare i padroni di casa. Della squadra dello scudetto con Maestrelli sono rimasti in tre : Wilson, Garlaschelli e Martini. Il nuovo che avanza si chiama Bruno Giordano, Manfredonia, Agostinelli e Ghedin, nulla di straordinario se si eccettua quel centravanti col ciuffo e col nome di un filosofo che dà del tu al pallone e quello stopper dotato di una tecnica da centrocampista, Manfredonia.

Il portiere della Lazio era Garella

Primo tempo eccezionale del Napoli con scambi, tocchi veloci e lanci in profondità. Galvanizzata dal bel gioco, la squadra vuole mettere sotto gli avversari, il gol è nell’aria da subito. La sblocca, dopo 5 minuti, Juliano che con una bordata sotto la traversa buca Garella il quale non vede nemmeno partire la palla. E poi era impossibile prenderla con i piedi…Lui è già Garellik, la reputazione già compromessa, un futuro da portiere normale. Ed invece andrà a vincere uno storico scudetto a Verona ed uno proprio a Napoli nove anni più tardi.

La seconda rete degli azzurri, dopo un tambureggiante forcing, arriva al 26′. Capone si libera di più di un avversario e mette una palla sul piede di Savoldi che sbuca dietro l’ultimo difensore ed insacca alle spalle dello spilungone portiere piemontese. A rivederla oggi, quell’azione è identica a quello che facevano Insigne e Callejon fino a qualche tempo fa quando il fantasista di Frattamaggiore sembrava annusare il compagno e gli metteva la palla sul piede. Tiè, vai, spingi in rete. Alla fine del primo tempo, col Napoli che pensa di andare al riposo sul doppio vantaggio, arriva una piccola doccia fredda. Juliano tocca Giordano, appena entrato in area, e l’arbitro Gonella concede il penalty. È lo stesso bomber laziale a trasformare la massima punizione con il suo marchio di fabbrica : botta forte e centrale, impossibile per Mattolini prenderla.

Nella ripresa arrivano i sei minuti di gloria per Antonio Capone, ancora a digiuno di reti in stagione. All’undicesimo sbuca da dietro tutti i difensori e segna di forza su tiro di Restelli mentre al 17′, dopo una serie di dribbling ubriacanti, riesce a piazzare la palla tra palo e portiere per un gran bel gol. È qui che la sua gioia diventa incontenibile, è qui che il San Paolo esplode. Solidarietà per un ragazzo che aveva i numeri ma che non riusciva a metterla dentro ma grosso boato di gioia perché sul triplo vantaggio la gara sembra ormai chiusa. Invece nel finale la Lazio rimette in discussione il risultato con un gol di testa di Giordano ed una zampata di Lopez a cinque dal termine. Come succede in questi casi, gli ultimi minuti diventano una palpitazione di cuore e le coronarie dei più deboli sembrano saltare. Sarebbe assurdo farsi raggiungere sul quattro pari. Ma la dea bendata ha deciso che deve vincere il Napoli e così finisce.

E l’oracolo di Delfi come si pronunciò? Il profeta sentenziò che Capone avrebbe segnato. E così fu. Il giorno dopo voti altissimi in pagella per lui e l’indiscrezione che Brighenti, uno degli osservatori di Bearzot, sceso a Napoli per osservare Ferrario, Giordano e Manfredonia, lo avrebbe segnalato alla Nazionale per gli Europei. Il giovane attaccante, però, sfumato l’incantesimo, non realizzò più nessuna rete in quella stagione. E l’Italia sembrò dimenticarsi di lui. Ma quel giorno si era vista la spalla ideale di Savoldi, il motivo per il quale la punta, salernitano di mare, era stata acquistata dopo un ottimo campionato con l’Avellino. Il povero Pighin si era dannato ma non era mai riuscito a prenderlo tra dribbling e serpentine alla brasiliana, servizi al bacio per “Beppe gol”, spazi lasciati ai compagni, finte e contro finte.

Se quella partita fosse stata giocata oggi, i “mercatari” avrebbero detto “vale 20 milioni”. Invece il suo talento viaggiò fin troppo a corrente alternata, con partite mostruose (una volta a Milano fece impazzire l’intera difesa dei rossoneri portando alla vittoria il Napoli  ma anche interi flop con gare giocate senza voglia e senza il nerbo necessario per affrontare una famelica e fagocitante serie A. Giocò la sua ultima gara con gli azzurri un giorno di ottobre del 1982, Roma maramalda a Fuorigrotta, 3 a 1 per i giallorossi. Era appena tornato dal prestito alla Pistoiese in B dove il Napoli intendeva valorizzarlo. Niente da fare, il “nomade del gol”, e Tonino Capone nelle fattezze era un po’ zingaresco, non riuscì più a tornare ai livelli che gli si prospettavano. Fu dato al Lecce e da qui passò al Modena, alla Spal e alla Fermana dove trovò l’epitaffio di una carriera che si preannunciava sontuosa ma che in realtà fu segnata dalla sua incostanza. Sarebbe stato bello che un atleta del sud, campano, avesse giocato più tempo nel Napoli raccogliendo l’eredità di Juliano che l’anno dopo doveva spendere gli ultimi spiccioli di carriera a Bologna.

(foto Archivio Morgera)

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