Cagliari-Napoli: la vendetta di Maurizio Restelli

Restelli ha giocato una sola stagione con il Napoli, che lo sacrificò sull’altare dell’affaire-Filippi. Dopo quasi quattro anni, in Sardegna, Maurizio si prese la sua rivincita.

Cagliari-Napoli: la vendetta di Maurizio Restelli

Napoli-Milan

Quell’anno il campionato finì il 7 maggio, ultima e malinconica gara al San Paolo contro il Milan, un pareggio che accontentò tutti, azzurri e rossoneri. Entrambi si assicurarono un posto in Coppa Uefa, l’obiettivo non celato era quello, Rivera e Juliano calmarono i bollenti spiriti dei contendenti, casomai vi fossero i presupposti. Restelli Maurizio, da Montebelluna, primo ed unico campionato col Napoli, giocò col numero “4”, il suo solito.

Una vita da mediano, una vita a fare legna per i centrocampisti più avanzati, quelli col fosforo. Da Antognoni a Juliano, la sua fu una gioventù a dire “signorsì”, a portare l’acqua al mulino delle menti pensanti. Dopo quella gara ci fu un lungo ed estenuante girone finale di Coppa Italia per l’accesso alla finalissima di Roma. Il Napoli battè sonoramente la Juventus per 5 a 0, quaterna di Savoldi e gol di Pin, 3 a 0 il Taranto con una tripletta di Capone, il Milan in casa con rete di Savoldi , due pareggi esterni con Taranto e Milan. Unica sconfitta a Torino con la Juve al ritorno, 1 a 0 per i bianconeri. La finale era arrivata, Napoli contro Inter.

Quell’estate l’Italia intera attendeva i Mondiali in Argentina, campionati che si rivelarono poi entusiasmanti per la nostra Nazionale che, secondo molti critici a ‘posteriori’, giocò anche meglio di quella del 1982 che vinse i Mondiali in Spagna. L’attesa dei tifosi napoletani era, però, concentrata più sulla finale di Coppa Italia, molti avevano già preparato le macchine per fare i cortei in città dopo il fischio finale. C’era fiducia ed entusiasmo, nonostante l’Inter di Bersellini, orfana di Mazzola che ha appena annunciato il suo ritiro. Una finale è una finale ma i supporter azzurri, si sa, sprizzano inguaribile ottimismo sempre e comunque.

La finale

Dunque, l’8 giugno 1978 tutti davanti al televisore. Tra l’altro l’eccitazione era al massimo perché solo l’anno prima la RAI aveva iniziato a trasmettere a colori. Il Napoli, però, per un fattore cromatico, scende in campo in maglia bianca mentre l’Inter è nella consueta tenuta nerazzurra. In porta c’è quel ‘matto’ di Mattolini, Bruscolotti e Ferrario sono i due marcatori mentre sulla fascia sinistra imperversa La Palma. Il libero è il ruspante ma acerbo Stanzione. Vinazzani funge da ala di raccordo, Valente indossa stranamente il 10 mentre Juliano domina a centrocampo. Le due punte sono Savoldi, in formissima e voglioso di dimostrare che sarebbe potuto andare anche lui in Argentina e ‘cavallo pazzo’ Chiarugi. In panchina il secondo portiere Favaro, un mesto Massa e tre giovani, Casale, Nuccio e Mocellin. Anche allora la rosa non era poi così folta.

Il Napoli parte subito in quarta e colpisce a freddo l’avversario con una botta che sembra tramortite l’Inter. Gli azzurri vanno in rete dopo 5 minuti. Fallo di Gasperini su Savoldi poco fuori l’area nerazzurra. Chiarugi si occupa della battuta con un tiro insidioso e mancino. Cipollini arriva sulla palla ma non riesce a bloccarla e sulla ribattuta si accende una mischia. Ci prova prima Juliano con un colpo di tacco e poi il liberissimo Restelli che infila l’estremo difensore dell’Inter. Esplode l’esultanza dei 15000 napoletani presenti allo Olimpico.

Il vantaggio del Napoli dura solo un quarto d’ora. Al 19′ Altobelli pareggia di testa dopo un errore di Mattolini che sbaglia il tempo dell’uscita su calcio d’angolo. In questi frangenti Restelli va vicino al raddoppio personale in ben due occasioni ma in entrambe Cipollini ribatte alla grande. Le due squadre, fino alla fine, vivacchiano, sembrano destinate al pari. A tre minuti dalla fine la frittata. Bini riprende una respinta della difesa del Napoli e regala la Coppa Italia all’Inter.

Un giocatore di qualità

L’ultima immagine che abbiamo di Maurizio Restelli, centrocampista “sette polmoni”, come si diceva una volta, del Napoli di fine anni ’70 è proprio quella della finale di Coppa Italia contro l’Inter. Fu lui a dare la speranza di vincere il terzo trofeo nazionale dopo quelli del 1962-63 e 1975-76. Alla fine, però, lo ritroveremo solo nel mesto giro finale di campo, ad ingoiare una amara sconfitta contro una Inter imbottita di giovani ma fortunata nel colpo finale di Bini.

Dopo quella finale ci fu il classico “rompete le righe” di fine anno, l’appuntamento si chiamava solo ‘mercato’ e nuovo ‘ritiro’. Restelli, con 29 presenze in campionato, in pratica uno dei sempre presenti, si aspettava la riconferma. Aveva fatto sempre delle ottime gare mettendo in evidenza il suo dinamismo, la sua corsa e la buona proprietà di palleggio. Non era Orlandini, che aveva sostituito, ma la sua grinta ed il suo vigore non avevano fatto rimpiangere il mediano che fu prima di Vinicio e poi di Pesaola.

Solido ed irriducibile, con Juliano e Pin aveva trovato una buona intesa, all’occorrenza era anche portato a difendere, a coprire in caso di necessità, bravo nel pressing che Di Marzio voleva dai suoi centrocampisti. Ai primi, ottimi, voti in pagella, a Firenze iniziarono già a rimpiangerlo. In fondo avevano dato al Napoli un giovane di 23 anni che era già un giocatore fatto, solido ed affidabile.

Filippi

Invece, quell’estate dopo i Mondiali, accadde l’imponderabile. Il Napoli fece carte false per prendere Filippi, il nuovo stantuffo della Serie A, il centrocampista tuttofare più forte che c’era, il campione di rendimento di tutto il campionato. E forse, di polmoni, Filippi ne aveva qualcuno in più, in verità. Tanto correva. Dunque, sacrificio necessario, Restelli poteva andare via solo se fosse arrivato uno più forte di lui. E Filippi fu. La Fiorentina, la squadra che lo aveva messo in luce, lo riprende e come una vecchia fiamma si rimettono insieme, Restelli e la Viola. Qui il mediano trevigiano gioca altri tre campionati mettendo insieme 78 presenze ed un gol, a Firenze gli vogliono bene, lo coccolano.

A ventisette anni il baffuto centrocampista pensa di essere arrivato, di giocare stabilmente in compagini che possono aspirare all’Europa, forse c’è qualche spiraglio anche per la Nazionale, chissà. Invece il calcio si dimostra implacabile. De Sisti, nuovo allenatore della Fiorentina, non lo vede, dà il via libera alla sua cessione. Finiscono i sogni di gloria di Maurizio? Sì, perché lo prende una provinciale, il Cagliari. No, perché comunque resta in Serie A.

La vendetta

28 novembre 1982 al Sant’Elia si gioca Cagliari-Napoli. Il numero 4 dei sardi è lui, Restelli, il 6 è un’altra vecchia conoscenza dei napoletani, Giovanni Vavassori. In porta c’è Malizia che l’anno prima aveva fatto i miracoli col Perugia al San Paolo nella famosa partita che ci fece perdere lo scudetto. Sfiga mia, fatti da parte, i napoletani che seguirono la gara alla radio fecero i debiti scongiuri. Quando tutto lasciava presagire un risultato ad occhiali e dare il punticino che serviva ad un Napoli in difficoltà, all’81’ arriva la beffa. Manovra del Cagliari e lancio lungo che taglia la difesa degli azzurri. Da destra arriva di gran carriera il “sette polmoni” Restelli che, con una gran botta di destro, esplosa con rabbia e potenza, buca Castellini che nulla può. Il tempo per recuperare non c’è più, il Napoli è condannato alla sconfitta.

Il giorno dopo Ferlaino licenzia Giacomini e richiama Pesaola e Rambone alla guida tecnica degli azzurri. Alla fine, dopo enormi sofferenze, sarà salvezza. Ma colui che licenziò Giacomini fu proprio lui, Maurizio Restelli da Montebelluna. La sua vendetta fu un piatto freddo servito in un soleggiato novembre in Sardegna.

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