Il Napoli di Conte ha un’anima che magari agli esteti non piacerà

Nemmeno l'analisi tattica può prescindere dalla realtà e ciò dal fatto che a Como il Napoli voleva pareggiare e ha pareggiato (e poteva persino vincere)

Il Napoli di Conte ha un’anima che magari agli esteti non piacerà

Db Como 02/05/2026 - campionato di calcio serie A / Como-Napoli / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Frank Anguissa-Nico Paz

Il primato dei risultati (e dei dati)

Può piacere o meno, ma l’analisi di una partita di calcio non può prescindere da due aspetti fondamentali: il risultato finale e il contesto in cui è maturato. Poi certo, l’analisi puramente tattica e statistica può – anzi: a volte deve – essere fatta indipendentemente da ciò che dice il tabellino del match in questione, nel senso che i professionisti che si occupano di questi aspetti hanno il compito di rintracciare e valutare delle metriche speciali, metriche che vanno oltre i “semplici” gol segnati e subiti. Però, per dirla brutalmente: ciò che succede (o che non succede) in campo va letto anche in base a determinate condizioni. Nel caso di Como-Napoli 0-0, per dire, è impossibile non pensare alla condizione di classifica. Al fatto che, dal punto di vista della squadra di Conte, il pareggio fosse un risultato gradito. Molto gradito.

Insomma: il calcio vive (ancora, sempre) del primato del risultato. E il risultato è un dato assoluto, certo. Che però, inevitabilmente, ha un peso diverso a seconda del contesto in cui è maturato. Stesso discorso anche per un altro dato assoluto: se guardiamo al campionato di Serie A 2025/26, il Napoli è l’unica squadra che ha affrontato per due volte il Como e non ha subito reti (0-0 all’andata e 0-0 al ritorno). Tutte le altre ne hanno subito almeno uno in due partite. Certo, all’andata Morata si è fatto parare un rigore, e nel match di ieri la squadra di Fàbregas ha avuto diverse occasioni importanti. Ma il dato resta. Ed è lì, inoppugnabile.

Un primo tempo di sofferenza, per il Napoli di Conte

E allora lo 0-0 di Como, da parte del Napoli, può essere “ingoiato” e metabolizzato sotto una luce diversa. In fondo, a pensarci bene, la squadra di Conte non aveva reali urgenze di classifiche, se non quella di non perdere punti nei confronti di quella di Fàbregas. Ha rischiato di perderli perdendo la partita? Sì, come tutti quelli che sono venuti a giocare al Sinigaglia: il Como ha un impatto fisico – prima ancora che tecnico-tattico – difficile da assorbire per qualunque avversaria, nel senso che è difficilissimo resistere al pressing, all’intensità, anche alla varietà del possesso (tutte cose che approfondiremo tra poco) di Nico Paz e compagni. Eppure il Napoli ce l’ha fatta, anzi è venuto fuori alla distanza e avrebbe potuto anche vincere la partita.

Parliamo di un aspetto da non sottovalutare: Conte e il Napoli, di fatto, sono riusciti a venir fuori dal momento più difficile della gara – dal punto di vista fisico, dal punto di vista tattico – e hanno anche trovato il modo per portarsi a casa i tre punti. Nonostante, come detto prima, non avessero la reale urgenza di farlo. È un segnale chiaro della forza di questa squadra. Della sua capacità di calarsi in contesti diversi e venir fuori – con le sue caratteristiche, con le sue qualità – anche dopo aver subito l’iniziativa degli avversari.

Questo punto va sottolineato con la matita rossa e poi anche con quella blu: nel primo tempo, soprattutto nel primo tempo, il Napoli ha sofferto. Non e non solo nel senso “difensivo” della parola, cioè se guardiamo alle reali palle gol costruite dal Como, ma perché non è mai riuscito a costruire gioco in maniera pulita:

In alto, il pressing ultra-offensivo del Como sulla costruzione del Napoli. Sopra, invece, vediamo le linee alte della squadra di Fàbregas una volta che gli azzurri sono riusciti a far arrivare il pallone a metà campo.

Questi frame sono emblematici. Perché mostrano quanto fosse forte, intensa e organizzata la pressione alta del Como. Perché descrivono un contesto tattico in cui la freschezza atletica dei giocatori di Fàbregas ha fatto la differenza in modo netto ed evidente. Poi, come succede sempre, i dati finiscono per corroborare le sensazioni. Se analizziamo il primo tempo, scopriamo che il Como ha tenuto il baricentro medio a 56 metri (ciè ben oltre la linea di centrocampo), ha controllato il pallone per il 60% del tempo di gioco, ha messo insieme 10 conclusioni tentate contro le 6 del Napoli. E il dato dei tiri in porta è ancora più eloquente: 4-1 per la squadra di casa.

Il Napoli, dal canto suo, ha fatto una fatica enorme a uscire dal suo guscio arretrato. Un dato su tutti: sempre guardando al solo primo tempo, Vanja Milnikovic-Savic è il secondo giocatore azzurro che ha giocato più palloni, 27. Solo Miguel Gutiérrez, con 28, ne ha toccati più del portiere serbo. Il piano offensivo di Conte era quello di “chiamare” il pressing alto del Como fin dentro la trequarti difensiva, in modo da aprire spazi al di là delle linee alte della squadra di Fàbregas. La seconda fase di questo progetto non è mai nemmeno entrata in funzione, almeno nella prima frazione di gara. E i demeriti del Napoli finiscono laddove iniziano i grandi meriti del Como. Che, come abbiamo visto nei due frame precedenti, ha soffocato i suoi avversari fin dal primissimo possesso.

Assorbire l’impatto del Como (senza ripartire mai, però)

Eppure, eppure, le uniche due occasioni veramente pericolose del Como sono arrivate da situazioni borderline: una palla persa da McTominay a centrocampo e una ripartenza lunga di Nico Paz dopo un cross sballato di Politano. Nel primo caso, Douvikas ha superato Milinkovic-Savic e si è fatto ribattere il tiro da Rrahmani sulla linea; nel secondo, il portiere serbo è stato bravissimo a chiudere su Diao. Per il resto, il Como non ha costruito palle gol reali, Milinkovic-Savic è stato chiamato a compiere altre 2 parate complessive, entrambe piuttosto semplici. Sicuramente più semplici di questa:

Davvero una grande uscita

E allora possiamo dirlo: per quanto il Napoli abbia sofferto il predominio territoriale, il possesso e il pressing del Como, alla fine ne ha assorbito l’impatto. Aver concesso solo 2 occasioni nitide a una squadra del genere, così piena di talento, così aggressiva e intensa, deve essere considerato un successo. Anche perché il Como, come anticipato, sa alternare benissimo il gioco in ampiezza con la ricerca della verticalità, ha calciatori in grado di ribaltare il campo ma anche di far sparire il pallone nello stretto. Insomma: non è facile arginare una squadra del genere, ma il Napoli ci è riuscito. Naturalmente non si tratta di una cosa per cui scendere in strada e festeggiare, ci mancherebbe altro. Ma è un dato/fatto che resta. Che ha un suo peso.

Così come, però, ha un suo peso anche l’inconsistenza offensiva della squadra di Conte. Che, di fatto, non è mai riuscita ad andare oltre un controllo di tipo difensivo sulla partita del Sinigaglia. Come detto in apertura, molto probabilmente le condizioni di partenza hanno “spinto” il tecnico del Napoli a varare un piano-gara conservativo, diciamo così. Ma è vero pure che gli azzurri hanno fatto poco, davvero troppo poco, per venir fuori dalla morsa asfissiante del Como. Dal punto di vista offensivo, intendiamo.

Tutti i palloni toccati dai giocatori del Napoli nel primo tempo (nel campetto la squadra di Conte attacca da destra verso sinistra): la stragrande maggioranza sono stati giocati nella metà campo difensiva, subito dopo il centrocampo c’è un “vuoto” che dimostra l’inefficacia dei movimenti e. dei passaggi tra le linee.

Ciò che è mancato alla squadra azzurra sono stati dei meccanismi realmente efficaci in fase di costruzione. Detto più banalmente: i giocatori di Conte non sono riusciti a trovare e servire giocatori smarcati. Che fossero serviti sul perimetro o (soprattutto) tra le linee e in verticale, la gran parte dei palloni giocati in avanti dal Napoli sono finiti tra i piedi dei calciatori del Como. In questo senso c’è un dato piuttosto eloquente: nonostante gli uomini di Fàbregas abbiano chiuso il primo tempo con un gran numero di passaggi in più rispetto ai loro avversari (268-175), il Napoli ha effettuato il doppio dei passaggi nel proprio terzo difensivo (83 a 42).

In pratica, si può dire, il Como ha fatto in modo che il Napoli non uscisse mai dal suo angolo. E quando le cose vanno in questo modo, è inevitabile, vuol dire che la squadra schiacciata non ha saputo trovare il modo di ribaltare le cose. Nel caso specifico, di imbastire delle manovre o anche solo delle ripartenze convincenti. Ecco, nel primo tempo la squadra di Conte non ha fatto nessuna di queste due cose.

La ripresa

Col passare dei minuti, la situazione in campo è cambiata. A dirlo ci sono un bel po’ di dati e di evidenze tattiche, a cominciare da quelle relative al baricentro medio: quello del Napoli si è alzato di circa 7 metri, da 42 a 49 metri, mentre quello del Como si è abbassato fino a 49 metri. Di fatto la partita si è “spostata”, ha iniziato a svolgersi e a disputarsi a centrocampo, sono aumentati i duelli sulle seconde palle ed è cresciuto anche il possesso della squadra di Conte (dal 40% del primo tempo al 47% della ripresa).

Certo, questo mutamento di scenario va fatto risalire anche a un evidente calo energetico del Como. La squadra di Fàbregas, ovviamente, non avrebbe mai e poi mai potuto tenere i ritmi indiavolati del primo tempo. E, dal canto suo, sembrava che il Napoli lo sapesse, sembrava che Conte fosse cosciente che le cose sarebbero andate così. Anche l’ingresso di Anguissa, al posto di un impalpabile De Bruyne, deve essere letto in relazione all’andamento della partita: a un certo punto, il Napoli aveva bisogno di aumentare l’impatto fisico a centrocampo e di avere maggiore gamba negli inserimenti dietro le linee del Como. In questo senso, la prestanza del centrocampista camerunese e lo spostamento di McTominay sulla linea dei trequartisti ha dato una sferzata positiva al gioco degli azzurri.

Piccolo saggio di: attirare il pressing avversario e poi colpirlo alle spalle

Sia quest’occasione che il tiro di Politano finito sul palo, si vede chiaramente, nascono dall’allungamento delle distanze tra i reparti del Como. La squadra di Fàbregas, nel secondo tempo, è stata praticamente costretta a scollarsi, a perdere compattezza. Questione di stanchezza sopraggiunta, in fondo siamo a inizio maggio, questione di inesperienza e anche di opportunità. Come detto più volte in apertura: Como e Napoli partivano da condizioni di classifica molto diverse, ci stava che fossero i padroni di casa a rischiare di più. A fare di tutto per vincere la partita e restare attaccati alla corsa-Champions, pure a costo di scoprirsi un po’.

Ed è andata esattamente così. Conte lo sapeva, ha preparato la partita in questo modo e per pochi centimetri – quelli del tiro di Politano finito sul palo a portiere battuto – non ha portato a casa la vittoria. Vittoria che forse, guardando ai “punti” della partita andata in scena al Sinigagalia, sarebbe stata immeritata. Ma che avrebbe sancito un successo tattico-strategico importante, per il tecnico del Napoli, in un duello molto suggestivo con Cesc Fàbregas. Che, non a caso, lo stesso Conte ha definito (nelle interviste del postpartita) come «un predestinato della panchina».

Conclusioni

Alla fine il risultato dice che questo duello è finito pari. E che il Napoli ha mantenuto otto punti di vantaggio sul quinto posto (in attesa di Roma-Fiorentina, con i giallorossi attualmente a -1 dal Como). Sono due rilevazioni significative, perché in qualche modo servono a “spiegare” l’approccio e l’andamento della partita del Sinigaglia. In poche parole: Conte aveva la missione di restare a +8, e l’ha compiuta. Rischiando di andare sotto e soffrendo nel primo tempo, va bene, ma l’ha compiuta. Non è poco, non era scontato, considerando anche che il Napoli avrebbe potuto raggiungere comunque il suo obiettivo vincendo due partite su tre contro Bologna, Pisa e Udinese.

I segnali in vista di questo finale di campionato, e della prossima stagione, sono piuttosto chiari: la presenza di Gutiérrez e (soprattutto) Beukema dal primo minuto dimostra che il Napoli ha tutta l’intenzione di far fruttare gli investimenti fatti su di loro, la sostituzione di De Bruyne alla prima occasione buona (Anguissa è entrato al minuto 60′) mette in evidenza, una volta di più, le difficoltà vissute dal centrocampista in questa stagione interlocutoria – non solo per colpa sua, ovviamente. Il fatto che Alisson Santos sia rimasto in campo fino al fischio finale, ed è la seconda volta consecutiva che succede dopo la partita contro la Cremonese, significa che Conte punterà ancora su di lui. O magari toccherà al suo successore, chissà.

Al di là di tutto, e di come verrà programmato il futuro, la partita di Como ha dimostrato che il Napoli ha un’anima. Un’anima che forse non piacerà a molti appassionati di una certa estetica calcistica, ma che in due stagioni ha fruttato due trofei e altrettante qualificazioni in Champions League. Certi traguardi si raggiungono anche con degli 0-0 programmati, attraverso partite giocate in trincea. A maggior ragione se si parla del Napoli e non di Bayern o PSG. La differenza è enorme ma è anche tutta qui, per chi vuole vederla. Sta nei risultati.

È nato a Napoli, si è fatto adottare anche dalla Sicilia e adesso vive a Milano.

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