Psg-Bayern apre l’era della post-tattica nel calcio, ma è irreplicabile

Lo schema "Villa Comunale" non si improvvisa: solo la sovrabbondanza di tecnica permette di giocare così. E solo Psg e Bayern hanno 22 campioni di genere. Gli schemi diventano superflui

Olise

Bayern Munich's French midfielder #17 Michael Olise celebrates after scoring his team second goal during the UEFA Champions League semi-final first leg football match between Paris Saint-Germain (PSG) and Bayern Munich at the Parc des Princes in Paris on April 28, 2026. (Photo by ALAIN JOCARD / AFP)

Non provate a rifarlo a casa. Perché, una volta elaborato lo stupore – lo shock – forse dovremmo darci una calmata e ammettere che Psg-Bayern-cinquaquattro (le grandi partite ad un certo punto prendono a  brandizzarsi, come Italia-Germania-quattrattre) è stato un evento irreplicabile. Un unicum, che tradotto male ai posteri rischia di scatenare una deriva imitativa con risultati ridicoli.

La rassegna stampa internazionale ha sciolto le mezze misure in un brodo di giubilo universale: la partita più bella della stagione, del secolo, della storia. Il richiamo alla abusatissima Sorrentiniana Grande Bellezza. Gli occhi stropicciati in fila fuori dagli oculisti. Il telecomando col 2x. L’estetica della playstation. Ne abbiamo piene le chat.

Il calcio nell’era della post-tattica

Ma questa semifinale di Champions va eradicata da un contesto che non è il suo. Ci vanno messe, prima e dopo, due belle parentesi quadre a circoscrivere 90 minuti più recupero di highlights incomprimibili. Gli spettatori parigini supponiamo abbiano lasciato la mancia sulle poltrone prima di andar via. Il punto non è, però, il divertimento in sé. È che Psg e Bayern hanno trasportato il calcio nell’era della post-tattica. Nella quale non c’è difensivismo, non ci sono particolari schemi d’attacco. C’è la Villa Comunale, undici di qua, undici di là, tutti in verticale, uno contro uno, tiro, gol. Mancavano solo i Jolly Invicta al posto dei pali.

Bello? Brutto? Boh, il vero dato difficilmente oppugnabile è che non sia uno sport che possono pratifcare – al momento – altre squadre se non Psg e Bayern. I tedeschi con il loro tridente da 100 gol stagionali Kane-Musiala-Olise. I francesi con il Pallone d’Oro in carica Dembélé affiancato dai due pretendenti di quest’anno, Kvaratskhelia e Luis Díaz. Provaci a giocare la stessa partita, con lo stesso spartito matto e disperatissimo, con giocatori bravi ma normali. Per riprodurre quell’intensità serve un tasso di qualità diffuso inedito: non uno o due campioni con i gregari accessori; ventidue fuoriclasse, servono. Che si muovono ad una velocità superiore, che hanno le abilità per dribblare, controllare, passare e tirare, a quella velocità.

Solo la tecnica disinnesca la tattica

Nell’immediato, gli impallinati di tattica si sono buttati in un reverse engineering del match, una decostruzione al microscopio per capirci qualcosa, per teorizzarla e magari trarne una lezione. E sicuramente ci sono delle sottotrame che noi normali osservatori non abbiamo colto. Ma il paradosso è che con una sovrabbondanza di tecnica ci si può sottrarre alla tattica. Andare oltre, lasciarsi prendere dall’arroganza agonistica: se tu mi fai gol io te ne faccio uno in più. È lo schema del campetto, il calcio come al playground. Ricreazione pura. Ma non provate a farlo a casa, al momento stiamo dibattendo di un esperimento, un prototipo.

Deve la sua carriera nel giornalismo ad una professoressa del liceo che per ovvi motivi si è poi data alla clandestinità.

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