Per il Napoli la scelta dell’allenatore è una scelta di brand

È una scelta di indirizzo, una decisione da Cda: come vuole vendersi il Napoli? Come una squadra estetica, spettacolare o come una squadra solida che vince?

Per il Napoli la scelta dell’allenatore è una scelta di brand

Db Milano 06/10/2019 - campionato di calcio serie A / Inter-Juventus / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Antonio Conte-Maurizio Sarri

Il Napoli oggi non può più essere soltanto osservato come una società calcistica. Sarebbe una lettura vecchia, romantica, certamente insufficiente della realtà. Il Napoli è ormai un asset identitario, un marchio che lavora per essere globale, una media platform e, sempre più, una recreational platform. In questa logica aziendale, non deve produrre soltanto risultati sportivi, ma deve creare attenzione, appartenenza, contenuti, conversazioni, engagement, consumo emotivo.

La scelta dell’allenatore è una scelta di strategia aziendale

Allora le performance di campo hanno anche una valenza strategica.

Se si legge il mission statement del Napoli in quest’ottica, (audience internazionale, entertainment, brand equity, notorietà e loyalty), allora la squadra non può essere valutata soltanto per il risultato sportivo. Il campo diventa anche un vettore di posizionamento commerciale per aumentare visibilità internazionale, monetizzazione del brand e centralità mediatica.

Se l’obiettivo è questo, allora la squadra ha due strade. La prima è brutale, semplice, quasi banale: vincere sempre. La seconda è più sottile, ma non meno potente: essere sempre spettacolare.

Nessuna delle due alternative è semplice. Vincere sempre non è un piano industriale, è una preghiera con budget. Può riuscire per un ciclo, raramente per un’epoca. Richiede capitale, competenza, continuità, governance, profondità manageriale e una filiera tecnica impeccabile. Soprattutto, richiede la capacità di trasformare il successo in sistema, non in episodio.

La seconda strada, invece, è più “napoletana”. Non nel senso folkloristico, che lasciamo volentieri agli osservatori mentalmente pigri, ma nel senso più culturale che esiste nel concetto di napoletanità. Questa seconda alternativa è napoletana perché identitaria. Napoli non può limitarsi a partecipare: deve accendere la scena. Deve avere una voce, un ritmo, una cifra estetica. Deve essere riconoscibile anche quando perde, discutibile anche quando vince, irresistibile quando gioca.

Il grande tema, allora, non è solo quale allenatore scegliere o quale centravanti comprare. Il grande tema è quale prodotto calcistico il Napoli vuole offrire al mercato globale. Perché se sei una piattaforma, il contenuto conta. E nel calcio il contenuto è il gioco.

Una squadra piatta, tatticamente prudente, magari anche dignitosa, può centrare obiettivi di breve termine, ossia vincere il campionato domestico o “entrare in Champions”. Ma difficilmente conquista nuovi mercati emotivi. Non seduce il tifoso neutrale, non genera clip virali, non crea desiderio, non entra nell’immaginario. Una squadra spettacolare, invece, moltiplica il proprio valore simbolico. Anche quando non vince tutto, resta memorabile. E nel business contemporaneo dello sport, essere memorabili è una forma di capitale.

Il Napoli deve guardarsi allo specchio con onestà

Qui il Napoli deve guardarsi allo specchio con onestà. Vuole essere una squadra che ogni anno ricomincia da capo, per andare in Champions League, spesso affidandosi all’intuizione della proprietà, alla plusvalenza intelligente, alla reazione? Oppure vuole diventare una società con una strutturata architettura strategica, dove la scelta dell’allenatore, dei giocatori e dello stile di gioco discende da una visione industriale coerente di lungo termine?

Perché non basta dire “vogliamo crescere come brand”. Tutti vogliono crescere come brand. La domanda è: attraverso quale modello? Cioè quale calcio?

Se il Napoli vuole essere una media platform, deve produrre contenuto premium. Se vuole essere al centro di una recreational platform, deve offrire esperienza, intrattenimento, identità. Se vuole essere una realtà globale, deve avere una proposta facilmente riconoscibile. E questa proposta non può cambiare periodicamente con il cambio di allenatore, a seconda dell’umore, delle convenienze o delle emergenze.

In termini di governance, questo è un tema da consiglio di amministrazione su richiesta da consiglieri indipendenti. Non una discussione da bar, non una suggestione da tifosi, ma un punto strategico all’ordine del giorno: “quale modello tecnico supporta meglio il posizionamento competitivo della società”?

Un Consiglio sfidante chiederebbe alla proprietà: qual è il piano? Qual è il profilo calcistico del Napoli dei prossimi cinque anni? Quale identità vogliamo costruire? Quali competenze servono? Quale direttore sportivo? Quale allenatore? Quale scouting? Quale academy? Quale modello di performance? Quale tolleranza al rischio? Quale equilibrio tra risultati immediati e valore del brand?
Domande semplici. Per questo pericolosissime.

Il punto non è togliere centralità alla proprietà. Il punto è evitare che la proprietà diventi l’unico sistema operativo possibile della società. Un club moderno non può dipendere esclusivamente dal talento decisionale di una famiglia, per quanto brillante o economicamente efficace. Può funzionare per una fase. Ma se l’ambizione è diventare piattaforma internazionale, serve governance. Serve una struttura che sopravviva agli umori, agli errori e alle stagioni storte.

Napoli non deve inventarsi un’anima

Napoli, più di altri club, ha un vantaggio competitivo straordinario: non deve inventarsi un’anima. Ce l’ha già. Il problema semmai è non sprecarla. Napoli è tensione, bellezza, disordine creativo, ferita e grandezza. È una città che non sa essere neutrale. Una squadra napoletana neutrale è quasi una contraddizione industriale.

Per questo la scelta della tipologia di gioco non è secondaria. È strategica. Il Napoli dovrebbe cercare un calcio propositivo, verticale, tecnico, intenso, riconoscibile. Questo non significa che non debba usare il contropiede come metodo di gioco. Deve invece, e necessariamente, avere sempre ambizione e struttura competitiva. Un calcio che dica: noi siamo il Napoli, e quando entriamo in campo non chiediamo permesso alla partita.

Questo non significa inseguire lo spettacolo fine a sé stesso. Il calcio circense dura poco, né è pragmatico. Significa costruire una grammatica di gioco coerente con la natura del club e con il suo posizionamento. Una squadra che sappia vincere, certo, ma che sappia anche farsi guardare. Che sappia produrre valore anche nei novanta minuti in cui il risultato non arriva. Che sappia essere contenuto, racconto, energia, desiderio.

Il tifoso oggi sa che non può vincere sempre, quindi non chiede soltanto il risultato. Chiede di riconoscersi. Chiede di non essere trattato come semplice consumatore di biglietti, maglie e abbonamenti digitali. Chiede che la squadra sia all’altezza della città, anzi anche meglio.

Ed è proprio qui che la società deve fare il salto. Se vuole davvero essere piattaforma, deve pensare alla squadra come cuore del modello di business. Il brand non cresce perché si pubblicano contenuti. Il brand cresce perché esiste qualcosa che vale la pena raccontare.

Il Napoli, dunque, non ha davanti a se la “semplice” scelta del tecnico, ma una scelta dirimente: può essere una società che ogni tanto vince; oppure può diventare una società che costruisce le condizioni per essere stabilmente rilevante. Non solo forte. Rilevante.

E la rilevanza, nel calcio moderno, nasce dall’incrocio tra vittoria, identità e spettacolo.

Vincere sempre è impossibile. Essere banali, o noiosi, invece, è imperdonabile.

Una vita in finanza, tra Investimenti, Rischio e Governance, per lo più a gestire le conseguenze dell’ottimismo. Ha affiancato consigli di amministrazione nei momenti di calma e in quelli di caos, spesso facendo la domanda giusta, ma che rovina l’atmosfera. Divide il suo tempo tra Napoli, Londra, New York e ovunque giochi il Napoli, purché la pizza sia un cosa seria.

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