«Quando la nostra Lazio chiese a Winter di negare di essere ebreo»

Fu il primo nero della Lazio. Sui muri comparve la scritta “Winter raus”. Disse che al padre piacevano i nomi esotici. Fu l’inizio del degrado culturale

«Quando la nostra Lazio chiese a Winter di negare di essere ebreo»

“WINTER RAUS”

Era una domenica di settembre del 1992 e non potrò mai più dimenticarla: allo stadio Olimpico di Roma scendeva in campo un fuoriclasse olandese, un mediano di nome Aron Winter. Era la prima volta che un atleta di colore vestiva la maglia bianco celeste.  Paul Gascoigne si era infortunato al ginocchio e Winter viene scelto a discapito di un giovanissimo Edgar Davids. Al suo arrivo a Roma Aron, abituato all’apertura mentale degli olandesi, si scontra con la triste realtà romana e con gli slogan nazisti imperanti in una parte piccola, ma particolarmente attiva, della curva nord.

Winter Lazio ebreo

Dopo pochi giorni dal suo arrivo nella capitale, una scritta a caratteri cubitali appare fuori dal centro d’allenamento della Lazio: “WINTER RAUS”. Qui capii per la prima volta che il mondo sportivo e i colori con i quali ero cresciuto da bambino e per i quali avevo sacrificato anni bellissimi giocando a pallanuoto, rischiavano di non essere più i miei. Si stava sviluppando al suo interno un mondo malato e pericoloso, capace di contestare a un grande sportivo il colore della sua pelle e il suo nome di origine ebraica.

La Lazio gli chiese di negare di essere ebreo

Una vergogna che sembrava non trovare alcune resistenza, forte della vigliaccheria dei più e del tentativo di ridimensionare il fenomeno da parte della dirigenza. Mi ricordo ancora la rabbia e la costernazione di un grande laziale come Sandro Curzi, o degli amici della comunità ebraica romana. In aggiunta al coro di “buuuu” che accolse quella domenica Winter sul prato dello stadio Olimpico, si aggiunse la vergogna della società che suggerì al calciatore di negare le sue radici ebraiche e fu costretto a dichiarare che al padre piacevano i nomi esotici, da lì la scelta di chiamarlo Aron.

Tutto questo fu l’inizio di un degrado culturale, prima ancora che sportivo e umano. Vedere questi comportamenti e ascoltare questi cori a distanza di un quarto di secolo è indegno di una comunità che da più di un secolo rappresenta donne e uomini che amano uno degli sport più belli e si riconoscono nella dignità di un’aquila e nello splendore dei colori del cielo.

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