Che vi frega delle idee politiche di Anastasio?

Il politically correct sta invadendo l’Italia. Giudicate Anastasio dalla musica che fa. Quando Lucio Battisti fu incasellato a destra.

Che vi frega delle idee politiche di Anastasio?
Foto tratta dalla pagina Facebook X Factor Italia

Il delirante politically correct

Il politically correct sembra giunto anche qui da noi a livelli deliranti. E l’applicazione del fascistometro murgiano appare superata, a pochi giorni dal suo lancio. Nel calcio, qualche tempo fa, scoppiò il caso Di Canio con l’ex calciatore, diventato commentatore televisivo, cacciato da Sky per aver esibito involontariamente – aveva una t shirt che non lo copriva – un vecchio tatuaggio fascista (come se le posizioni dell’ex laziale non fossero note a tutti, a partire dal saluto romano nel derby del 2005).

Lo scandalo del giorno è il rapper Anastasio che ha vinto X Factor. E che, dicono, abbia scelto di non prendere posizione politica, non schierarsi, dibattendosi tra Maradona (anch’esso tatuato sul corpo, sfoderato nella finale, ringraziato) e CasaPound, cui il nostro avrebbe donato un suo like su Facebook. C’è addirittura chi – anche su queste pagine – lo addita come esempio di ciò che porta al potere i populismi di questi anni. Addirittura.

Il ragionamento è il seguente: Anastasio, compulsato su alcuni like ai fascisti del terzo millennio e a Salvini, incompatibili – si dice – con la sua fede maradoniana, che probabilmente richiama in molti un immaginario fatto di Fidel Castro e Manu Chao, si sarebbe detto un “libero pensatore”. Avrebbe scelto dunque di non schierarsi in un momento storico sì delicato, a Santiago-Italia, per richiamare il titolo dell’ultima pellicola di Nanni Moretti.

Maradona e CasaPound

Ora, a parte che pure  il mix maradonismo-casapoundismo, per quanto forzato agli occhi dei più, sarebbe un’ideologia di questi giorni (li unisce Chavez, per dire), ma senza scomodare i rossobruni e lo pseudofilosofo Fusaro, ci chiediamo: ma ci si rende conto che questo ragazzo viene fuori da un talent? Che non ci troviamo né davanti al giovane Joe Strummer e nemmeno di fronte a un novello De Gregori? Che, per dirne una, nei primi anni della sua carriera anche Socrates, poi diventato il rivoluzionario (cazzaro) che conosciamo e amammo, si diceva apolitico (leggere la recente, notevole biografia di Andrew Downie)? E che il “qualunquismo italico”, formuletta tirata in ballo di continuo dai soloni, c’entra nulla e viviamo solo in un’epoca di grande confusione, tra i giovani e non solo, un po’ ovunque?

Chissà se si pone ad un rapper di quelli veri, di strada, un americano, la domanda “quali sono le sue idee politiche?” che risposta si riceve… Peraltro, a proposito di ambiguità, proprio a dispetto dell’attitudine anti-establishment del rap, molla di una musica non solo nata per strada, ma dagli afroamericani per gli afroamericani, e rispetto a cui in passato i conservatori insistevano sull’associazione rapper-pusher, di recente il Chicago Tribune ha incoronato non Obama ma Trump quale primo presidente hip hop degli Usa, citato in positivo da Method Man del Wu Tang Clan e da Kendrick Lamar.

Tornando ad Anastasio, viene il sospetto che processarlo per dei like su Facebook dica invece molto su cultura e intellettualità di oggi, nel nostro paese, transitato da Pasolini a Crepet, da Monicelli e Risi a Moretti, da Bianciardi a Raimo. Sull’atteggiamento da psicopolizia che hanno preso le due funzioni, più per effetto di una deriva moralista e bacchettona che per una malintesa interpretazione della figura dell’intellettuale organico gramsciano. Farebbe ridere un po’ se non facesse anche un po’ paura, questo Ur-Fascismo ammantato di buoni propositi, di certo più delle presunte posizioni di Anastasio. Si, presunte. E vengo alla spiegazione.

Il caso di Lucio Battisti

Per anni si è preso di mira un artista tra i maggiori della musica d’autore e pop italiana come Lucio Battisti, salvo poi rivalutarlo, riscoprirlo (in realtà lo si ascoltava pure prima, da sempre, di nascosto semmai, e pare pure le BR nel covo di via Fani lo facessero). All’epoca non c’erano i social e il cantautore fu beccato per una mano alzata, a mo’ di saluto romano, se non erro in un Canzonissima. Apriti cielo. Il resto ce lo misero i testi di Mogol, tra ecologismo reazionario e ritenuta misoginia. Risultato: Battisti diventò un finanziatore di gruppi estremisti di destra.

Ora, il grande Lucio era in effetti uno che non si schierava. Probabile avesse idee destrorse, che fosse una specie di utopista hippy, ma alla maniera dell’ecotopismo tolkeniano, un antimoderno a la Evola (non sulla musica, dove era all’avanguardia, ascoltando il meglio che gli States e l’Inghilterra ci facevano pervenire in anni in cui l’abbondanza della proposta musicale di qualità era indiscutibile).  Ma, col metro usato per Anastasio (libero pensiero, che camuffa altro o avalla altro, uguale qualunquismo), anche Battisti dovrebbe essere considerato complice del potere clericofascista dell’epoca (e non si tiri in ballo una specificità del momento storico che viviamo, erano gli anni delle stragi di stato e degli scontri mortali per strada, nelle piazze, tra giovani di sinistra e di destra).

Anastasio e Mussolini

Ma mi chiedo, in definitiva, ma a noi che ci frega che cosa pensa Anastasio, per esempio, del Duce? Siete curiosi, perché i vostri figli ascoltano quella roba lì (in realtà nel repertorio del ragazzo c’è anche una “Come Maurizio Sarri” che fu un inno del sovietismo sarrista)? Oppure è una mera volontà di schedatura, una pretesa di sapere tutto e proprio tutto dei beniamini dei giovani e degli artisti in generale, per esempio conoscere se Lou Reed con la sua battuta su ebrei e neri fosse davvero razzista, se Dalla fosse omosessuale o bisessuale, con conseguente stigma, perché anche il piccolo grande uomo di “Siamo dei” (non cito a caso questa canzone) in vita non ebbe a schierarsi sul tema…

Su Anastasio, se permettete, vi dico io come la pensa su Mussolini. Non pensa niente, forse non sa nemmeno chi fosse (ringraziare la scuola, anche se nemmeno i fasci ne conoscono davvero a fondo storia e idee); ne avrà al più sentito parlare come di un dittatore, lo avrà visto per la prima volta tra i pastori di San Gregorio Armeno rimanendo affascinato dalla sua mascella volitiva. Lasciate stare.

Napoli, il rap e la trap

Piuttosto, valutate la sua musica (io non l’ho sentita). E se volete fare una cosa buona, riflettete su questi talent, sul meccanismo che sono andati introducendo, su questo illudere tanti giovani, sulla stessa sorte della musica pop, che pure qualche attinenza in passato si diceva avesse con i gusti della gente in un paese, con la sua cultura, la politica. Chiedetevi questo: i versi di “Vento nel vento” ci hanno fatto pensare, emozionare e crescer. Quelli del ventiduenne partenopeo? Cosa sta accadendo al rap nostrano, dai Co’Sang, dai 99 Posse ad Anastasio? Cosa accade davvero nei bassifondi della musica napoletana di oggi?

Napoli è attualmente una delle capitali della trap, mi racconta Giuliano Delli Paoli, giornalista de Il Mucchio Selvaggio, OndaRock e il Corriere del Mezzogiorno. Cosa dicono, pensano e vogliono questi ragazzi con questa roba che appare a noi adulti noiosa, catatonica, per non dire dei testi spesso “sconci” (Sfera Ebbasta, per dirne uno)? Sarebbe un territorio da indagare, con curiosità, senza paraocchi, su cui ancora non mi pare si sia detto molto per quanto riguarda la nostra città.

Certo, sono argomenti che richiedono uno sforzo. Quello di andare ad ascoltare i testi, entrare in una poetica, fare raffronti, chiedersi qualcosa sulla vita dei protagonisti, sulle loro aspirazioni e desideri, sulle dinamiche introdotte dalla tv, perfino andare in giro. Diciamolo, per buttar giù un pezzo che stimoli stigmi, indignazione e levate di scudo è più facile prendersela col primo ragazzotto che dice una scemenza. E bollare come parasociologismo ogni tentativo di andare oltre.

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