Italia, la rivoluzione culturale di Mancini (per oggi e per domani)

Le convocazioni e il gioco della nuova Italia partono da concetti innovativi per il nostro paese. Mancini ha un progetto dilatato nel tempo.

Italia, la rivoluzione culturale di Mancini (per oggi e per domani)

Una nuova nazionale

A 24 ore da Italia-Portogallo, match decisivo per la Nations League, il movimento calcistico italiano vive un momento importante. La nazionale di Mancini è pronta a giocare la sua seconda partita di fila con una nuova impostazione filosofica, mentale, quindi tattica. Ovvero: i calciatori che determinano il gioco a partire dalla loro qualità e non solo per compartimenti tattici di tipo stagno.

Per noi, si tratta di una rivoluzione culturale, di una trasformazione non da poco. L’idea attorno alla quale gira la nuova nazionale si discosta da Bearzot, da Lippi, da Conte, ovviamente da Ventura. L’unico ct che ha provato a utilizzare un modello simile, nel nostro paese, è stato Cesare Prandelli. Il concetto è semplice: i migliori calciatori italiani in campo, a prescindere dall’età e dall’esperienza e persino da alcune storiche configurazione tattiche. Per dire: se Insigne e Bernardeschi (i migliori uomini offensivi del momento) si trovano meglio con Chiesa piuttosto che con Immobile, allora tridente senza centravanti fisso; se gli elementi più talentuosi del centrocampo sono Verratti, Jorginho e Barella, si va in campo senza un incursore, senza un interdittore, si va in campo per imporre le doti del palleggio di questi tre signori. Barella ha 21 anni e gioca nel Cagliari? No problem, la qualità vale più dell’esperienza. Anzi, la seconda si costruisce a partire dalla prima.

È una nazionale nuova, come detto. L’esperimento di Prandelli riveduto e corretto, in maniera ancora più attuale: quando l’Italia ha vinto la sua ultima partita ad un Mondiale, giugno 2014, il ct bresciano mise in campo contemporaneamente Pirlo, De Rossi, Verratti, Marchisio. Più Candreva e Balotelli. Credeva che l’Italia potesse vincere giocando sulla qualità, poi Costa Rica e Uruguay batterono quell’ardimentosa idea e allora toccò a Conte rimettere insieme i pezzi. Con un’altra idea, quella della nazionale che gioca come un club e colma così il gap della qualità.

Tante strade diverse

Il punto è sempre quello: ci sono tanti modi per fare calcio. Ci sono tanti modi per fare bene in campo. Conte è stato il miglior ct degli ultimi anni – risultati alla mano – seguendo una particolare metodologia di lavoro. Che, per dire, prevedeva l’esclusione di Insigne e una coppia d’attacco Eder-Pellé per salvaguardare un preciso equilibrio tattico. Condivisibile o meno, ricordiamo le buone prestazioni di quell’Italia.

Mancini ha scelto un’altra strada, innovativa se vogliamo. In un articolo pubblicato nell’ultimo numero di Rivista Undici, James Horncastle ha scritto: «L’Italia ha bisogno di riporre fiducia nei talenti che sbocciano nei settori giovanili, un tema che Mancini ha abbracciato convocando Nicolò Zaniolo». Una scelta borderline, dato che Zaniolo ha assaggiato l’azzurro senza aver ancora esordito in Serie A. Una scelta confermata anche per l’ultima lista, con il primo millennials in nazionale, Sandro Tonali del Brescia, calciatore di Serie B eppure aggregato all’Italia in vista del match contro il Portogallo.

Il coraggio di Mancini

Mancini ha coraggio, sta avendo coraggio, la sua squadra ha risposto benissimo a questi stimoli nuovi contro la Polonia. Un risultato importante, ma soprattutto una prestazione convincente. Insomma, l’Italia della realtà è apparsa aderente all’idea che Mancini aveva della sua stessa squadra.

È un discorso tattico che però diventa anche progettuale, perché esaltare le connessioni tra Insigne e Bernardeschi, tra Verratti e Barella, tra Jorginho e Chiesa, vuol dire diminuire l’incidenza di altre idee tattiche. Vuol dire pensare le convocazioni ad un certo modo, ad esempio lasciare Belotti a casa per chiamare Grifo e Lasagna. Vuol dire provare a inserire calciatori tecnici come Sensi e lo stesso Tonali, piuttosto che centrocampisti come Parolo.

È anche una questione di età, finalmente. Chiellini e Bonucci sono gli unici superstiti del ciclo precedente, ma la loro convocazione è soprattutto di merito, non è un monumento all’esperienza. Cioè, sono ancora i migliori interpreti italiani del ruolo di centrale. Insieme a Romagnoli, convocato come prima alternativa. Come dire: è il giusto compromesso, è l’Italia come dovrebbe essere da tanto tempo, e invece ci siamo incupiti e intestarditi su un blocco che da tempo, in azzurro, aveva smesso di dare garanzie, o che comunque aveva espresso un certo rendimento solo con Conte. Ovvero, con un allenatore e non un selezionatore, con un ct che aveva lavorato per l’immediato e non per il futuro – che fine hanno fatto Eder, Pellé e Giaccherini?

Ecco, Mancini sta aprendo una nuova era in questo senso. Il suo progetto è per oggi e per domani. Anche per questo, un’eventuale sconfitta domani sera contro il Portogallo dovrà essere gestita bene, con attenzione, senza psicodrammi. Siamo all’inizio di una rivoluzione culturale. Proprio perché è una rivoluzione culturale, ci vuole tempo perché tutti capiscano. Soprattutto, ci vuole fiducia.

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