Gazzetta: «Insulti negli stadi, troppo silenzio di club e giocatori»

Il commento di Franco Arturi: «Troppe responsabilità all’arbitro, la proposta di Ancelotti è inapplicabile. Il problema è di tipo culturale».

Gazzetta: «Insulti negli stadi, troppo silenzio di club e giocatori»

Il commento di Franco Arturi

L’impatto di Carlo Ancelotti sul calcio italiano è enorme, forse noi da Napoli, dall’interno, non riusciamo a rendercene conto in maniera compiuta. Il tecnico emiliano, ieri, è stato intervistato da Radio Kiss Kiss e ha parlato di nuovo di partite da sospendere in caso di insulti all’avversario da parte del pubblico di casa. Perché «c’è un regolamento. E va applicato, punto».

Parole che hanno lasciato il segno, se oggi il  primo quotidiano sportivo italiano (La Gazzetta dello Sport) fa scrivere Franco Arturi sull’argomento. Arturi dà una lettura realistica, condivisibile, del caso. Intanto, parte (ancora) dall’importanza di chi, come Ancelotti, solleva il problema culturale che si vive nei nostri stadi: «Vedo un unico dato positivo: sta crescendo il numero di protagonisti insofferenti di fronte a questo andazzo. L’invito di Ancelotti di sospendere partite che diventano cascate di insulti è stato raccolto da Conte, Mancini e per ultimo da Sarri. Non a caso tutti professionisti che hanno
sperimentato direttamente quanto l’ambiente italiano è lontano, in questi comportamenti, dal resto d’Europa. L’intero sistema sociale Italia, in ogni ambiente, è sempre più calato nella litigiosità di fazione».

L’inapplicabiilità

Allo stesso modo con cui condivide la posizione di questi allenatori, Arturi respinge l’idea che tutto possa (debba) essere risolto con il pugno di ferro dagli arbitri. «La proposta di Ancelotti & co. – scrive il cronista della rosea – è purtroppo una fuga in avanti di applicabilità vicina allo zero: chi decide quando la misura è colma? Oltre alla Var dobbiamo dotare gli stadi di “insultometri”, che peraltro non sono ancora stati inventati? Non parliamo poi del potere reale dato in mano alle legioni di mascalzoni, in grado di far sospendere le partite soltanto modulando le invettive».

Qui entrano in gioco altri attori, e anche questa è una lettura condivisibile. Leggiamo: «Per esempio si potrebbe pretendere dai giocatori un atteggiamento di rottura rispetto alle genuflessioni del passato: i tifosi cui riferirsi sono in tutte le zone dello stadio, non solo in quella curva. Le società, poi: tuttora avete mai sentito comunicati di disapprovazione dei comportamenti più beceri del loro pubblico? Gli altoparlanti degli stadi servono solo a organizzare esultanza ai nomi della formazione di casa. Istituzioni sportive? Silenzio assordante sul tema: l’inciviltà media dei nostri stadi e la paurosa incultura sportiva che la determina sono accolte con rassegnazione codarda. La politica? Mai vista e sentita un’intenzione vera di modificare e di incidere sul ciclo dei rifiuti morali nella fruizione dello sport in Italia.

Ripetiamo, ripete Arturi: è un problema di cultura. Vero. L’ultima parte del suo pezzo lo dimostra: «Non parliamo di noi genitori, aggrappati alle recinzioni di campetti di periferia, con la bava alla bocca per gli insulti all’arbitro o all’avversario di turno dei nostri figli, che intossichiamo ad ogni vaffa. Al primo che comincerà davvero e nei fatti a ribellarsi a questa schiavitù, dovremo consegnare le chiavi del nostro Paese».

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