Carlo Ancelotti

Napoli ha una automatica ostilità al cambiamento. Ancelotti merita fiducia, resterà estraneo alle tristi polemiche cittadine

Carlo Ancelotti

Dai neomelodici al trap

Napoli vive molti più cambiamenti di quanti se ne possano immaginare. Li vive, spesso, inconsapevolmente. Molte volte non vengono colti, specie dai napoletani che vivono fuori, ma anche paradossalmente da chi non si è mai mosso: del resto fino a qualche tempo fa, raccontano, c’erano abitanti del suo ventre più profondo che non avevano mai visto il mare. Spesso, poi, i cambiamenti avvengono nel sottobosco, nei laboratori giovanili più naif dove la modernità viene metabolizzata, assorbita, filtrata, napoletanizzata. Per esempio, nella musica, in un batter d’occhio, senza che l’intellighenzia ne fosse messa al corrente, si è transitati dai neomelodici e dalle posse a qualcosa che fagocita e fonde entrambi, diventando una delle capitali del trap in Italia, fornendone peraltro una versione assolutamente local.

Come si vede, la mutazione della sua parte più profonda non riguarda solo i territori del Male, con il passaggio dalla vecchia/nuova camorra alle gang e baby gang, dalla lotta di classe dei disoccupati organizzati alle rapine di baby malviventi in danno dei nostri figli borghesi a spasso per il Vomero. Napoli vive i suoi stravolgimenti senza badarci troppo, in fin dei conti, come se fosse per lei l’unica strada, produce i suoi geni laureati e li manda in giro per il mondo ma qualcuno se lo tiene qui lasciandolo più o meno in solitudine, e a volte la solitudine di una stanzetta sia pur corredata da pc apple, modem ultraveloci, Sky, riviste, libri, social, può esser cattiva compagna e offrire comunque lenti non proprio oggettive.

Andrebbe più vissuta che narrata

Per questo Napoli andrebbe più vissuta che narrata e parlata. All’ombra delle narrazioni contrapposte, delle oleografie, della incessante produzione di folclore e buonismi, una Napoli finalmente cattiva, curiosa, poco impelagata nelle diatribe che tengono banco sui media, che va al sodo, che impiega abusivamente, nel bene e nel Male, le sue energie, il suo eros, la sua inclinazione alla piccola cooperazione ancora troppo spontaneista, produce presente e futuro, è magma spesso sotterraneo invisibile agli establishment, cominciando da quello della “cultura”.

L’ostilità al cambiamento

C’è, certo, che quando una volontà di cambiamento, nel senso di dare a tutto ciò nomos e organizzazione, legalità, viene proclamata, annunciata, scatta da parte della città una ostilità automatica che a suo modo è comprensibile: troppi sono stati i mutamenti che la città ha subito senza trarne benefici, mutamenti traumatici, modernizzazioni forzate e vissute male. Benitez propose il suo illuminismo con una certa spocchia, con piglio da bacchettatore bacchettone. Il populista Sarri andava meglio, sul piano del rapporto con il popolo, era meno corpo estraneo, parlava prevalentemente sul campo comunicando bellezza, organizzazione figlia dello spirito provinciale, ma anche settarismo, assenza di elasticità, quando usciva dal campo faceva solo danni, acuiva le lacerazioni.

Uomo di straordinaria intelligenza

Carlo Ancelotti è non solo un grande e navigato allenatore, è uomo di straordinaria intelligenza. Un genio. Un moderno, il più moderno di tutti pur essendo uomo dal taglio antico, come mostrano la sua pacatezza, ironia, essenzialità, sembrerebbe quasi un cinese, un confuciano ma col senso dell’individualità, in realtà è un italiano della miglior razza. Sceglie di imprimere voglia di modernità positiva e per una volta condivisa, assenza di schemi fissi, fuoriuscita dai dogmi, cambiamento maturo, facendo dire al terreno di gioco e ai suoi protagonisti, trasmettendo ancora bellezza ma anche ragionata anarchia, sparigliando con un discorso che mette insieme la scoperta della libertà individuale e una nuova consapevolezza. Rinunciando agli automatismi. Merita infinita fiducia e la otterrà nel corso di quest’anno in cui resterà impermeabile alle tristi polemiche cittadine, zittendo pezzi di città – in primis la sua oscena borghesia – che soffiano su quella comprensibile resistenza, ideologica, non di fatto, al nuovo.

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