Ancelotti (primo erede di Sacchi) si è affrancato dagli ismi: «Il mio calcio non è identificabile»

Le parole in conferenza stampa spiegano il manifesto tattico e politico di Ancelotti: identità variabile, ricerca della miglior soluzione in ogni contesto.

Ancelotti (primo erede di Sacchi) si è affrancato dagli ismi: «Il mio calcio non è identificabile»
Photo Carlo Hermann

La storia di Ancelotti in una risposta

Era praticamente inevitabile che la conferenza stampa di venerdì 14 settembre 2018 prevedesse una domanda sul Sarrismo. Anche Carlo Ancelotti, nuovo tecnico del Napoli, ha dovuto dire la sua rispetto alla decisione della Treccani che ha individuato come neologismo il termine “filosofico” riferito all’ex allenatore azzurro. Domanda numero tre della chiacchierata, e risposta perfetta. E non giudichiamo il contenuto, ne facciamo una pura questione di comunicazione: Ancelotti ha risposto alla domanda, ha parlato di presente, passato e futuro in una sola frase. Senza attaccare nessuno, ma liberandosi dal fardello ideologico:

«Se esiste l’Ancelottismo? No, se non hanno tirato fuori questa parola vuol dire che non esiste. Come Guardiola, Sarri si è legato a un’identità precisa e definita. La mia filosofia non è legata a una precisa identità, a me piace il gioco corto e quello lungo, mi piace l’attacco ma anche difendere bene, il calcio è anche difesa bassa, a me piace pressare alto ma il miglior modo per non subire gol è avere poco spazio alle spalle. Il mio calcio è poco identificabile».

Come detto, in queste parole c’è tutto. C’è tutto quello che dovrebbe esserci, e anche di più. Soprattutto per chi conosce la storia di Ancelotti, queste sono dichiarazioni che pesano. Che raccontano un cambiamento. Al di là del solito episodio di Baggio rifiutato per amore del 4-4-2, Ancelotti nasce come allenatore profondamente legato alla filosofia di Sacchi. Al primo vero ismo del calcio italiano. Arrigo Sacchi diede vita ad un vero e proprio Divide et Impera, seppe cambiare l’idea e la pratica del gioco del calcio e Carletto era il suo discepolo prediletto. Prima in campo, poi in panchina. È così che si è presentato sulla scena, era la fine degli anni Novanta. Oggi è un’altra cosa. Oggi è un’altra storia.

Il tecnico liquido

Ancelotti non ha rifiutato i dogmi, è come se li avesse superati. Ha trasceso una certa dimensione statica, si è affrancato da sé stesso. Ha investito su un arricchimento del menù, piuttosto che sulla coltivazione di alcuni piatti. In uno dei nostri longform sulla nascita del suo Napoli, scrivevamo così della definizione di calcio liquido ancelottiano:

Si tratta di un allenatore molto duttile, che sa adattare i suoi concetti di gioco semplici a molti moduli diversi. Nella sua ultima esperienza in Baviera è passato fluidamente dal 4-3-3 al 4-2-3-1 in base alle esigenze e ai risultati, ha anche lasciato spazio alla squadra per esprimere alcuni tratti del gioco posizionale rimasti nella memoria muscolare dei calciatori. A Madrid ha portato a casa la Champions League provando molti assetti prima di capire quale fosse il più adatto. Ha saputo rinunciare al marchio di fabbrica del suo gioco (il trequartista col 10 sulle spalle ad occupare gli half-spaces) quando era necessario.

A Napoli – parole sue – sta cercando di arricchire l’idea di gioco di Sarri con una costruzione offensiva più verticale. Ovvero, una scelta che va in aperto contrasto con quanto fatto vedere in tanti anni di Milan, dove il solo Pirlo aveva la qualità per giocare in maniera diretta mentre i vari Seedorf, Rui Costa, Cafu e Serginho (magari tutti contemporaneamente in campo) erano calciatori diversi, che amavano tenere il pallone tra i piedi, generare spazi più che attaccarli.

Ecco, Ancelotti non ha ancora finito di definirsi. Oggi l’ha detto di nuovo, ama il gioco corto (geneticamente affine al Napoli) ma proverà a fare in modo che questa squadra pratichi anche quello lungo. È il discorso di prima , quello dell’arricchimento: varie soluzioni per aumentare qualità del gioco in senso di variabilità. Un’evoluzione in ampiezza del modello. Un manifesto tattico-politico rischioso, ma affascinante.

Senza paura

Ancelotti continua a investire tempo e parole e atteggiamenti di positività sul Napoli. Ha pensato e scritto un futuro di grande ambizione per questa squadra, che è stata costruita (mantenuta praticamente inalterata) per cercare di andare oltre sé stessa. E non parliamo di scudetti o punti in classifica o turni da superare, quanto semplicemente di un certo modo di approcciare e interpretare il gioco.

Ancelotti è nato quadro ed è diventato tondo, ha smussato con il tempo gli angoli spigolosi della propria visione di calcio. Il Napoli, più o meno, dovrà essere guidato nello stesso percorso. È quello che Ancelotti predica, è quello che noi stiamo percependo fin dal suo arrivo in azzurro. L’Ancelottismo non esisterà perché non sarà fisso, invariabile, eppure vive – eccome – nella dimensione della ricerca rispetto alle migliori condizioni possibili perché una squadra giochi bene al calcio, e faccia risultati. Sarà meno radicale di altri -ismi, ma può essere addirittura più rivoluzionario per il Napoli. Altrove è andata proprio così.

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