Inizia la Premier League, il campionato più bello del mondo (che rischia il dominio di Guardiola)

Guida al campionato inglese: la Premier è livellata verso l’alto, ma la forza del progetto di Guardiola ha (già) battuto tutti i record. Klopp proverà a fermarlo.

Inizia la Premier League, il campionato più bello del mondo (che rischia il dominio di Guardiola)

Calcio d’inizio

Ore 21, stadio Old Trafford di Manchester. Lo United di Mourinho ospita il Leicester City e dà il calcio d’inizio al campionato più bello del mondo. La Premier League si presenta tirata a lucido, a meno di un mese dalla fine del Mondiale. E con il mercato in chiusura ieri. Una concomitanza di situazioni e condizioni che hanno un po’ calmato i bollenti spiriti del calciomercato, come abbiamo spiegato questa mattina: il Tottenham terzo in classifica nel 2018 ha acquistato (e ceduto) zero calciatori, sono calate le spese lorde mentre è cresciuto l’investimento netto. Come dire: meno mercato in senso assoluto, per mancanza di tempo e forse di idee. Non certo di soldi.

Quindi, si riparte con le favorite di sempre, anche se la griglia è un po’ diversa dall’anno scorso. Il Manchester City è una squadra che ha vinto (tra l’altro con il record di 100 punti) pur essendo una squadra ancora in fase di costruzione, con un’età media molto bassa (25,21 anni nel momento in cui scriviamo). Anche per questo, Guardiola ha preferito “limitarsi” sul calciomercato, acquistare il solo Mahrez e rilanciare la sua sfida di avanguardia tattica. Un processo di crescita interna che è già iniziato in Community Shield, con l’inserimento del giovane Foden a centrocampo, nello slot che sarebbe appartenuto a Jorginho se si fosse concretizzato il suo trasferimento al City.

Dietro i campioni in carica, quest’anno c’è il Liverpool. Una squadra con un’identità tattica chiara e costruita negli anni, da Klopp. E che ha cercato di colmare il gap tecnico con gli investimenti sul mercato: 170 milioni di spesa per i Reds (Alisson, Keita, Shaqiri, Fabinho), un modo per provare a recuperare i 25 punti che l’anno scorso hanno fatto la differenza con il primo posto.

Le nobili “decadute”

Dietro le due regine, si stagliano i profili delle altre big four della Premier. Ci sono le “nobili decadute” Manchester United e Arsenal, e poi la “nuova Londra” di Chelsea e Tottenham. Mourinho ha passato l’intera estate a lamentarsi del mercato condotto dal suo club, con Fred e Diogo Dalot a impreziosire una rosa forte ma non all’altezza del City; Unai Emery ha il difficile compito di ribaltare un ventennio di Wenger, ma ha anche una buona rosa, soprattutto in avanti (il quadrilatero magico Mkhitarian-Ozil-Aubameyang-Lacazette è roba per palati fini). Se non vogliamo inserirle come favorite nella lotta per il titolo (ed è un po’ riduttiva, come previsione), parliamo di immediati rincalzi.

Esattamente come Chelsea e Totttenham, che si trovano in due punti opposti dello stesso percorso. Gli Spurs, l’abbiamo scritto soprahanno puntato tutto sulla continuità, zero operazioni di mercato per cercare di coltivare l’identità tattica che caratterizza il lavoro di Pochettino. Blues, invece, hanno avviato l’era-Sarri (un altro tecnico sistemico, dall’approccio radicale) e hanno iniziato a costruire la squadra intorno a questa idea. L’arrivo (in extremis) di Kovacic e Kepa allarga una rosa già ampia, ma reduce dal biennio di calcio intenso e intensivo di Conte. L’adattamento dei calciatori al nuovo gioco dirà tanto sulle ambizioni del Chelsea, impegnato in Europa League come assoluto candidato al titolo finale.

(non esiste) La Middle Class

Nel nostro pezzo di oggi sul mercato, abbiamo parlato di come i club della media-borghesia inglese abbiano fatto la differenza nel monte investimenti della Premier:  40 milioni dall’Everton al Watford per il brasiliano Richarlison,38 milioni dal West Ham alla Lazio per Felipe Anderson. Gli Irons si sono esposti per 87 milioni, il neopromosso Fulham per 72. Insomma, siamo di fronte a un torneo livellato verso l’alto, quantomeno per capacità di spesa sul mercato e quindi per valore assoluto degli organici. Dietro le Big Six, c’è un piccolo esercito di squadre pronte a puntare all’Europa: magari inserire il Fulham è eccessivo, ma West Ham, Everton e Leicester, insieme al Burnley reduce dal settimo posto dell’anno scorso, appartengono sicuramente a questo gruppo. Gruppo che, in ogni caso, lotta per una sola posizione europea.

In Inghilterra non esiste la Middle Class, o meglio si fa fatica a individuare le sfumature tra chi lotta per non retrocedere e chi invece punta a superare la metà classifica. Si pensi al Newcastle di Benitez, neopromosso lo scorso anno e decimo alla fine del campionato. Oppure si pensi al Southampton di Gabbiadini, alle soglie della zona Europa League nel 2017 e poi vicinissimo alla retrocessione pochi mesi fa. Proprio Gabbiadini ha salvato i Saints dalla discesa in Championship, poi toccata al Wba, allo Swansea e allo Stoke City.

Il rischio dominio

In questo momento, la Premier League è un campionato che vive su una divisione in due. Il Manchester City, però, ha dimostrato di essere molto al di sopra delle sue contender, almeno nell’ultimo campionato. Se questo gap dovesse essere confermato, c’è il rischio concreto che il torneo più bello del mondo si trasformi in un monologo interiore di Guardiola e i suoi ragazzi, una specie di dominio dittatoriale come avviene nelle altre leghe europee. Solo in Italia, nell’ultima stagione, il campionato è rimasto aperto fino alla penultima giornata. Ecco, il livellamento verso l’alto non cancella questa probabilità, quando un progetto tecnico e tattico funziona a dovere come quello di Guardiola – e trova anche risorse economiche enormi, come quelle del City. 

Klopp può rappresentare un antidoto a questo virus, finora Mourinho e Pochettino non sono stati abbastanza per limitare il City. Il manager tedesco proverà a prendersi la scena come fatto in Champions League, ma una cosa è una partita secca, un’altra una maratona da 38 partite. Si comincia stasera, si finisce a maggio prossimo. La sfida a Guardiola è ufficialmente iniziata.

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