De Laurentiis e il rischio di un eventuale post Sarri

È una questione di forza, e di riconoscibilità internazionale: il Napoli è in overperforming, e non ci sono tecnici in grado di assicurare un upgrade immediato rispetto a Sarri.

De Laurentiis e il rischio di un eventuale post Sarri

Questione di dna

Qualche giorno fa abbiamo pubblicato questo pezzo su Maurizio Sarri. Si parlava di turn over e di questa stagione in corso, ma in realtà si cominciava anche a delineare il futuro in base all’analisi della “partita doppia” tra idee calcistiche del tecnico toscano e risultati conseguiti. Nessuna critica, o meglio nessun attacco: da una parte c’è il modo di lavorare di Sarri, con pregi (tanti) e difetti (pochi, forse ineliminabili); dall’altra, ci sono tre campionati di altissimo livello e altrettante qualificazioni in Champions (record storico per il club).

Il pezzo si concludeva così:

Il Napoli ha una dimensione economica chiara, potenzialmente in crescita ma solo a lunghissimo termine. Difficile immaginare grandi rivoluzioni d’organico in senso migliorativo, i famosi “top player” sono inaccessibili a meno di vere e proprie rivoluzioni di base, di concetto. Quindi, l’organico sarà costruito più o meno allo stesso modo. Quindi, i dirigenti del Napoli dovranno chiedersi se questo tipo di partita doppia tra approccio al calcio e risultati (dove per “approccio al gioco” intendiamo tattica, gestione della rosa, dialettica, comunicazione) possa ancora essere funzionale agli obiettivi da raggiungere. Sarri ha un dna preciso, chiaro, riconoscibile. È questo, prendere o lasciare.

Il discorso del futuro, appunto. Che ora proviamo a ribaltare: De Laurentiis ha un’alternativa a Sarri? O meglio: nel caso in cui Sarri dovesse accettare un’offerta da un altro club (tipo quella del Monaco da 6 milioni, qualora venisse confermata), quali sarebbero le prospettive per il nuovo corso? Ci sarebbero dei tecnici in grado di garantire un upgrade quantomeno teorico, al Napoli?

Come Benitez

Maurizio Sarri è stato un bellissimo colpo di competenza, audacia e fortuna. Dopo Benitez, il ricorso al tecnico uscente dall’Empoli (!) era la premessa a un ridimensionamento di ambizioni e risultati. Un’eventualità cancellata dal lavoro, dai risultati, dai record macinati in questi tre anni. La valutazione iniziale – e condivisa – si è rivelata sbagliata, evviva evviva. Il Napoli del 2018 è una realtà consolidata, ha una squadra forte e un allenatore appetito. Può ancora vincere lo scudetto, tanto basterebbe. E la lotta è reale, non solo virtuale e virtualizzata, fino allo scontro diretto del 22 aprile (a meno di altri passi falsi).

Torniamo poco sopra: dopo Benitez, c’era la convinzione diffusa che Sarri fosse destinato a rappresentare un passo indietro. Non è andata così, ma di certo pensare che un allenatore della stessa caratura – magari un Oddo (alla guida di una squadra a distanza di sicurezza dalla zona-calda, come Sarri nel 2015) – possa ripetere un percorso simile è quantomeno irriverente. E poi, non sembrano esserci candidati adatti. Quindi, bisogna guardare più in alto, a un livello diverso. Bisognerebbe aspirare a un tecnico “alla Benitez”, reduce da una lunga e/o ultimamente negativa esperienza in una squadra estera di grande valore che possa fondare un suo progetto a Napoli.

La differenza

Ecco, qui c’è la situazione complessa del Napoli. E di De Laurentiis. Un tecnico del genere non esiste, o non è alla portata del Napoli. Oppure, magari, non è al livello di Sarri – almeno per pesoafflatorespiro internazionale. Basta leggere i nomi ipotizzati questa mattina dal Corriere dello Sport: c’è il sarrista Giampaolo, c’è il guardiolista Paulo Fonseca, c’è Marcelino Garcia Toral del Valencia; Il Mattino lancia la candidatura dell’italianista Inzaghi, ma la condizione non cambia. I parametri non si alzano, nessuno è al livello di Sarri. Merito del tecnico toscano, di una crescita assoluta nella mappa internazionale degli allenatori. Merito del Napoli, che gli ha offerto le condizioni migliori per coltivare ed esporre le sue idee di calcio.

Pochettino, Jardim, Emery. Ci vengono in mente questi altri nomi, ma non siamo molto lontani dalla lista fatta precedentemente. Si tratta di professionisti con idee, background, curriculum diversi, ma che non sembrano davvero avvicinabili al Napoli. Per difficoltà oggettiva nel prenderli (Pochettino, soprattutto), per inadeguatezza rispetto al dna della squadra (Emery), perché attratti da occasioni economiche e tecniche ad un livello ancora più alto (Jardim, ma il discorso vale per tutti).

Il Napoli in overperforming è un paradosso di mercato, l’abbiamo scritto a gennaio per i calciatori e lo ripetiamo adesso per gli allenatori. Scudetto vinto o meno, parliamo di una squadra alla quarta Champions League da giocare in sei stagioni; al secondo posto per punti fatti in Serie A negli ultimi tre campionati; con un’età media bassa e quindi con grandi margini di miglioramento. I conti strutturali non rispettano né rispecchiano questa forza sportiva, e il problema è proprio questo. Altrimenti, per quale motivo Pochettino non dovrebbe provare a fare la storia a Napoli come ha provato a farla a Londra? L’esempio del tecnico argentino, ovviamente, vale per gli altri “grandi nomi” che abbiamo proposto, ibridi tra la cerchia dei Zidane, dei Luis Enrique e dei Conte e il livello di Sarri.

Il presidente al bivio

De Laurentiis è a un bivio decisivo per il futuro. Ha una buonissima scorta, ha un’auto blindata e bellissima. Ma non sa quale strada percorrere. Il possibile addio di Sarri è un’ipotesi da valutare con estrema attenzione, la conferma del tecnico sembrerebbe la scelta più sensata ma non è facile da ottenere. In ogni caso, il futuro del Napoli passerà dalle intuizioni del patron e del suo staff. Mantenere Sarri vale un certo investimento, lasciarlo andare vorrebbe dire fare un investimento ancora più grande (per provare a progredire, anche solo inizialmente, come fatto con Benitez dopo Mazzarri) oppure giocarsi tutto sulla fortuna, sul nome di un esordiente o quasi a certi livelli. O comunque su un allenatore diverso rispetto al professionista che ha caratterizzato l’ultimo triennio (si pensi a Inzaghi, per dire). Sarà divertente capire come andrà a finire.

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