Panucci (scartato dal Napoli a 15 anni) racconta al Napolista il Real Madrid: «Non avranno paura, ma…»

Intervista al calciatore che con i blancos vinse la Champions contro la Juve: «Se il Napoli segna nei primi trenta minuti, diventerebbe bello al San Paolo. Agli azzurri serve la partita perfetta»

Panucci (scartato dal Napoli a 15 anni) racconta al Napolista il Real Madrid: «Non avranno paura, ma…»
Panucci con la maglia del Real Madrid

Un campione che ha detto anche qualche no

Troppe battute (spazi inclusi) per descrivere la carriera e il palmares di Christian Panucci, ospite oggi del Napolista.

Limitiamoci a guardare l’infografica per capire che si tratta di un campione che ha militato nei club più prestigiosi del pianeta (tra cui il Real Madrid), giocato con e contro i più grandi campioni del mondo e soprattutto vincere tutto (o quasi) ciò che si poteva vincere (tra cui 2 Champions League).

Ma pochi sanno che Christian Panucci, molto legato alla nostra città, è stato “scartato” dal Napoli quando a 15 venne a fare un provino e dopo qualche mese di permanenza a Soccavo fu ritenuto non idoneo. Ai responsabili di quella decisione spetta sicuramente un bel tapiro.

Ad ogni modo, indipendentemente dal grande campione che è stato, Panucci è soprattutto un uomo che non le ha mai mandate a dire. Sincero e corretto, è sempre stato trasparente e leale anche con chi (Lippi) gli ha sottratto la possibilità di alzare l’unico trofeo che manca nella sua bacheca. E per questi motivi è stimato, apprezzato e amato da tanti nel mondo del calcio. Tanti ma non tutti perché il consenso totalitario, in qualsiasi settore professionale e sociale, lo si ottiene solo dicendo sempre SI’ e Christian, qualche volta, ha detto anche NO.

Quindi chi meglio di lui può farci capire alcuni aspetti tattici, psicologici, emozionali che si nascondono dietro una partita come Napoli – Real Madrid.

Che cosa vuol dire giocare nel Madrid

Ci sentiamo subito dopo la partita vinta dal Napoli contro la sua ex squadra della Roma.

Tu sei stato un grande campione che ha giocato con Milan, Real, Roma, Chelsea, Monaco, ma cosa significa però fare parte del più glorioso club del mondo? Cosa ha lasciato in te? Credo che dopo aver giocato nel Madrid, poi tutto sia diverso

«Per me non è stato così. Ho avuto la fortuna di giocare già a 19 anni nel grande Milan del presidente Berlusconi dove ho imparato la cultura del lavoro. Quando sono arrivato al Real, ero già stato formato in una grande scuola dove la serietà, la professionalità, il rispetto per i tifosi e per chi ti paga erano degli asset indiscutibili. Quindi diciamo che probabilmente dopo aver vissuto il Milan di quegli anni anche il Real diventava per me normalità».

A Madrid giocano da sempre tutti (o quasi) grandi campioni, navigati ed esperti. Quanto può influire sulla psiche e sul rendimento di un grande campione la pressione di uno stadio come il San Paolo? Ti tremano davvero le gambe?

«Chi gioca nel Real Madrid non deve aver paura di nulla ma la pressione del pubblico napoletano, quando il pullman arriva allo stadio oppure il giorno prima all’albergo o quando fai la ricognizione del terreno di gioco, può fare la sua parte perché, sai Vincenzo, dietro ogni grande campione c’è sempre un uomo con le sue emozioni e le sue debolezze. Poi, però, una volta iniziata la partita, giocatori di quel calibro dimenticano tutto e pensano solo a giocare».

C’è qualche rito standard e sistematico che i giocatori del Real storicamente devono osservare prima della partita? Scaramantico, religioso, apotropaico.

«No, nessun rito particolare perché il Real da sempre è una squadra global e multietnica per cui ogni singolo giocatore ha il suo modo di prepararsi scaramanticamente alla partita. Non c’è come a Napoli (ricorda perfettamente ) il rito di baciare la figura di San Gennaro (e di altri santi e madonne) posta prima delle scale che portano dagli spogliatoi al campo».

Oggi tu fai l’allenatore, da giocatore hai avuto tecnici del calibro di Sacchi, Capello, Ranieri, Deschamps, Trapattoni, Heynckes, Spalletti, Lippi. Mi chiedo: la “cazzimma” la può infondere un allenatore? Riesce a trasmettere ai giocatori quella cattiveria e determinazione che Velasco ha definito “gli occhi della tigre”? Quanto conta un allenatore in questo?

«È importante che un allenatore, soprattutto in una piazza come Napoli, abbia quel furore, quella determinazione, quella grinta. Perché devi avere rispetto del carattere dei napoletani e devi cercare di trasmetterlo alla tua squadra. Però, Vincenzo, se un giocatore non ha queste caratteristiche, a Napoli non può giocare indipendentemente dall’allenatore. Maradona, e parlo del più grande, aveva una voglia di vincere da far invidia ai ragazzini che giocano per strada. Era più napoletano dei napoletani».

È più facile allenare una squadra di campioni o una compagine di giovani emergenti?

«Beh, se mi avessero dato il Real Madrid prima del Livorno sarei stato più contento!»

Hai esordito in serie A contro il Napoli. Cosa ricordi di quella gara?

«Una emozione ancora oggi indelebile. Con la maglia del Genoa. Ricordo perfettamente che presi una traversa di testa all’ultimo minuto ma non dimentico anche l’errore che feci e che consentì al Napoli di vincere. Ma, pur perdendola, quella gara per me fu la partita del riscatto perché esordire in serie A contro la squadra che mi aveva scartato significava dimostrare a qualcuno che forse aveva sbagliato».

Una cosa è certa: hai giocato in squadre come Milan, Roma, Real, tutte caratterizzate da una storica antijuventinità. Dimmi la verità, cosa hai provato la sera della vittoria della settima Champions League del Real proprio contro la Juve ad Amsterdam con gol di Mijatovic?

«Una emozione professionale incredibile: aver riportato la Coppa a Madrid 32 anni dopo l’ultima vittoria è stato fantastico. Io non ho mai avuto nulla di personale contro la Juve, anzi continuo a reputarla oggi la società meglio organizzata in Italia. Però è chiaro che, essendo l’unico italiano di quella squadra, giocare e vincere contro una squadra italiana aveva un sapore particolare».

I tre giocatori più forti con cui hai giocato? E quelli contro cui hai giocato?

«Van Basten, Franco Baresi e Totti sono stati i più forti con cui ho giocato. Ronaldo (il fenomeno), Careca (è stato ai livelli di Van Basten) e Zidane sono invece i calciatori più completi contro cui ho giocato».

Passiamo alla analisi della gara. Il Real di Zidane davanti può vantare sulle “bocche da fuoco” Ronaldo, Benzema e Bale che ha recuperato dopo l’infortunio. Dietro le difesa non sembra un muro invalicabile, mancherà anche Varane. Concordi?

«Assolutamente d’accordo con te. Ecco il motivo per cui il Napoli deve avere coraggio e, come ha fatto sabato con la Roma, deve rompere il ritmo del gioco del Real. Deve essere capace di stare alti senza perdere l’equilibrio e allungarsi. E poi deve cercare di fare gol nella prima mezz’ora perché poi a quel punto diventerebbe bello al San Paolo».

Dai un voto ai singoli giocatori della difesa del Napoli.

«Reina è un giocatore importante e per un difensore fidarsi del portiere è determinante: 7. La coppia centrale Albiol- Koulibaly merita complessivamente un 6,5 mentre i due esterni Hjsay 6 e Goulham 6,5

Come finisce domani?

«È durissima Vincenzo ma nel calcio bisogna sempre crederci. Occorre però la partita perfetta».

Panucci e Vincenzo Imperatore

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  1. Sliding doors…sarebbe stato bello averlo a Napoli, a vent’anni avrebbe giocato nella squadra di Lippi. Magari le stagioni successive, quelle del declino, avrebbero anche potuto essere diverse…

  2. Mi sembrava che un paio di giorni fa avesse detto che il Napoli avrebbe potuto sperare di farcela solo se il Real avesse giocato al 20% delle possibilità…in questa intervista pare un pochino più ottimista oppure è semplice paraculaggine?

    • E poi c’è da dire che non è una buona idea mandare a commentare la partita uno che ha vinto la Champions col Real Madrid ed è stato scartato dal Napoli…non è per niente una buona idea…

  3. Luigi Ricciardi 6 marzo 2017, 11:09

    Gol di Hysaj subito: se segna lui, vuol dire, che tutto e’ possibile… 🙂

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