Madrid, a cena: «È il momento giusto per il tuo Napoli, il Real gioca proprio male»

Il rapporto con il calcio dei tifosi del Real Madrid: l’idea di vittoria e supremazia del gioco, il calcio italiano catenacciaro e la differenza tra Liga e Champions.

Madrid, a cena: «È il momento giusto per il tuo Napoli, il Real gioca proprio male»

Studiosi che parlano di calcio

Madrid, qualche giorno fa. Metti una sera a cena, in un ristorante gestito da tifosi dell’Atletico Madrid, un sociologo partenopeo, uno storico di Velletri, Daniele Serapiglia, che sta per dare alle stampe un libro sulla storia sociale della pallavolo, e poi uno storico dello sport e un giovane sociologo madrileni – Juan Antonio Simón Sanjurjo e Carlos García Martí. Metti che stiano trasmettendo in televisione la partita tra il Deportivo de La Coruña e l’Atletico Madrid– un incontro che si porta avanti stancamente – ma i tuoi colleghi e commensali spagnoli tifano Real e danno tranquillamente le spalle alla Tv.

Il focus della conversazione non potrà essere il match in diretta, allora, ma si dovrà virare su qualcos’altro, possibilmente non roba accademica, almeno non a quell’ora e dopo una giornata di lavoro – naturalmente, il riferimento a potenziali temi universitari costituisce una pura finzione narrativa, fatta anche per salvare le apparenze: si sa, gli studiosi di maggior spessore parlano sostanzialmente di calcio al bar o al ristorante.

Il momento giusto

Ci pensa Simón a rompere gli indugi: “Luca – mi fa – per il tuo Napoli questo è il momento giusto per vincere contro il Real, che sta giocando proprio male”. I blancos, infatti, hanno appena pareggiato un po’ fortunosamente contro il Las Palmas. Carlos lo guarda un po’ di sottecchi e mormora a mezza bocca un apotropaico “cuando peor juega mas gana” – che, dato il contesto mangereccio, è sempre meglio di una grattatina ai gioielli di famiglia, suppongo, ammesso che tale pratica salvifica sia in uso anche in Spagna. Non sembra però soddisfatto della sua affermazione. Conviene indagare.

Tra una tortilla de patatas, un po’ di calamares a la romana e cerveza come se non ci fosse un domani, ne approfitto per chiedere l’impressione suscitata dal Napoli in terra spagnola. Mi dicono che in Spagna un po’ tutti si aspettavano un Napoli chiuso in difesa e per questo, in fin dei conti, la squadra partenopea non ha sfigurato. Anzi, il suo tentativo di giocarsela ha destato in qualche modo meraviglia – e tra l’altro oggi anche il tifoso medio madrileno, in genere piuttosto disattento in verità, si ricorda di Insigne, quello che fino a qualche tempo fa avrebbe rappresentato un Carneade qualsiasi.

Italia=catenaccio

La stampa e, di conseguenza, l’opinione pubblica spagnola – continuano i miei commensali madrileni – si lasciano condizionare molto da letture stereotipate. E Italia equivale ancora a catenaccio, irrimediabilmente. La sconfitta patita dalla Spagna contro gli azzurri agli Europei, non a caso, è stata commentata ricorrendo ai tipici luoghi comuni su un gioco esclusivamente catenacciaro, dipinto quasi come immorale. Da allievo di un rilevante tanatologo italiano – Antonio Cavicchia Scalamonti, che approfitto per salutare quasi come se fossi in un programma televisivo neomelodico – mi sembra di intravedere, in questo caso specifico, una qualche scricchiolante strategia di elaborazione di un lutto cocente.

Rimane il fatto che il calcio italiano, secondo Simón e Carlos, spesso è pregiudizialmente criticato. Il che vuol dire anche poco conosciuto e non di rado sottovalutato. Il Real ne fece le spese qualche tempo fa contro la Juve: tutti si aspettavano una vittoria in scioltezza contro una squadra capace solo di chiudersi. Entrambe le previsioni vennero clamorosamente disattese.

Vittoria e supremazia del gioco

La conversazione va avanti e si incunea in territori di approfondimento interessanti. Io e il collega italiano ne approfittiamo per comprendere la lettura che i nostri omologhi spagnoli danno della dimensione iberica del calcio in virtù dell’ausilio degli strumenti concettuali in loro possesso. Carlos rafforza un concetto: per l’opinione pubblica spagnola il tiki taka o quanto meno il gioco offensivo – naturalmente a seconda delle appartenenze calcistiche – sono principio etico, quasi verità assoluta. È la risposta universale alla domanda di football. Non è solo il gioco migliore, ma anche l’unico dotato di nobiltà. Forse per questo la sua affermazione di inizio pasto lo convinceva relativamente.

Esiste un’esplicita pressione al calcio d’attacco – gli fa eco Simón – che può spesso sembrare troppo persistente, almeno a uno sguardo più esterno o disincantato. Cambiare un attaccante per inserire un difensore o un centrocampista e portare a casa il risultato è sovente considerato un atteggiamento a dir poco criticabile. Anche per questo il pragmatismo di Fabio Capello a Madrid pare non sia stato mai molto amato, a dispetto delle sue vittorie.

L’ambiente del Real, in questo, compone una psicologia del tutto singolare, per cui vittoria e supremazia nel gioco devono integrarsi indissolubilmente, anche quando ciò può sembrare difficilmente realizzabile. Come coniugare sempre le due cose senza concessioni e compromessi è impresa psicologicamente ardua da gestire.

Tipicità azzurre, tipicità madrilene

Certo, la vittoria mantiene una qualche preminenza. Simón mi chiede di prestare attenzione al significato del canto ossessivo dei madrileni – e chi era al Bernabeu durante la partita di Champions col Napoli non può non averlo notato: “Como no te voy a querer, si eres campeón de Europa por undécima vez” (nato in occasione della décima). La cantilena pone, almeno inconsciamente – chissà –, un legame indivisibile tra la vittoria e l’amore per la squadra: come ti posso non amare, se sei stato undici volte campione d’Europa!

Beh, in definitiva è una canzoncina, forse lascia il tempo che trova, ma rende conto, fosse anche implicitamente o soffusamente, di una filosofia calcistica tutto sommato precisa. È evidente – e qui tanto la sociologia dello sport quanto il senso comune mi vengono in soccorso – che un eventuale ciclo privo di vittorie non implicherebbe l’abbandono in massa del tifo, magari con il passaggio ad altri sport. Rimane il fatto che, almeno sul piano meramente concettuale e simbolico, l’idea di un amore incondizionato, non orientato al risultato – o almeno alla sua ricerca persistente – non pare contemplato. L’“al di là del risultato”, l’amore nella sofferenza, che sembra più tipico di un cuore azzurro, rappresenta un approccio che forse non avrebbe molta presa in terra madrilena.

Vittoria blanca

Naturalmente anche per ragioni storiche e di orgoglio ormai radicato. Secondo i miei colleghi spagnoli, la maglia del Real è psichicamente connessa in modo inestricabile alla presunzione di vittoria. La camiseta blanca ti fa credere di poter vincere o anche ribaltare un risultato sfavorevole sempre, in qualsiasi momento, anche di fronte ad una situazione all’apparenza molto complicata. Una convinzione tenace, saldissima, capace di intimorire gli avversari, che – al contrario – avvertono spesso la sconfitta come possibilità più plausibile e non si sentono mai al sicuro. Un impatto psicologico che può avere, non di rado, la forza di una profezia che si autoadempie. E quanto conta il racconto, la narrazione che i media fanno dell’invincibile universo dei blancos per consolidare questa impressione egemone e riprodurla all’infinito può essere cosa dibattuta – come sempre il rapporto tra il reale e il racconto che se ne fa.

La Liga e la Champions: le differenze

Va detto che Liga e Champions sono due momenti molto diversi della vita del Real. A chi, come me, si interrogava sulla discrepanza tra i resoconti persistenti, che ancora oggi ascolto, su un tifo madrileno freddo e l’esperienza direttamente vissuta al Bernabeu nel match contro il Napoli – con tifosi di casa molto più caldi e vociferanti del previsto – Simón e Carlos hanno fornito spiegazioni approfondite. Innanzitutto, il club è “fatto per la Champions”. Non che il campionato sia poco importante, ma la competizione prioritaria, assoluta, su cui far convergere la maggior parte delle energie è quella europea.

Tra Liga e Coppa i tifosi presenti sugli spalti sono diversi, la loro età media è diversa, l’atmosfera, le richieste, le emozioni non sono uguali. In campionato ci sono soprattutto soci-abbonati – con prezzi annuali costosi e liste pressoché bloccate da tempo – e pacchetti turistici. Se il Real non è in vantaggio dopo pochi minuti, mi dicono, il pubblico – molto esigente – comincia a dissentire, magari a fischiare. La vittoria è il dato scontato. La supremazia nel gioco pure!

In Champions, invece, l’atteggiamento è molto diverso. Questa trasformazione ha il sapore di un “fenomeno mistico”, sostiene Carlos. Tra gli abbonati c’è chi non si sobbarca la spesa ulteriore per la partita di Coppa, c’è più spazio per le peñas – le tifoserie organizzate – e le nuove leve di supporter, ma soprattutto un maggiore incitamento, con una simbiosi patica con i calciatori più estesa. In particolar modo, mi viene detto, il compito che i tifosi si danno è quello di incoraggiare in continuazione Cristiano Ronaldo.

Esigenze

In definitiva – sostengono i colleghi spagnoli – il rapporto del tifo con i calciatori del Real rimane molto particolare, a prescindere dalla competizione. L’opinione pubblica madridista è esigente a dismisura. Bisogna coniugare sempre piedi buoni, efficacia e grande sacrificio – almeno dimostrato. A prescindere dal ruolo ricoperto in campo, qualità tecniche e impegno assoluto devono essere palpabili. I difensori, in particolar modo, hanno un compito ingrato, perché con i tanti attaccanti e l’approccio molto offensivo si trovano spesso a dover fare gli straordinari, con poche gratificazioni e riconoscimenti non sempre adeguati.

Il problema, sostiene Simón facendo leva sul suo armamentario da storico dello sport, è la presenza di un modello paradigmatico ingombrante: Alfredo Di Stéfano, il calciatore ideale, il mito della storia del Real. Un giocatore dalla tecnica sopraffina ma al contempo un instancabile faticatore. La narrazione portante lo raffigura come uno che deliziava le folle con la sua arte calcistica senza tirarsi mai indietro, lasciando tutto il fiato in suo possesso sul prato verde. Difficile avere un simile modello come termine di paragone e confrontarvisi. Per chiunque.

“Certo, anche noi a Napoli abbiamo un modello mitico non trascurabile”, faccio io. Simón mi anticipa: “Maradona, il genio assoluto del calcio! Senza uguali!”. Tutto il tavolo condivide e riconosce idealmente la misura massima del campione della storia azzurra – non credo c’entri l’ennesimo bicchiere di licor de hierbas versato nei nostri bicchieri. Il direttore Massimilano Gallo se ne farà una ragione…mi riferisco al licor de hierbas, naturalmente.

Intanto l’Atletico Madrid ha pareggiato 1-1. Il nostro tavolo apprende la notizia con malcelata indifferenza.

P.S. nessuno storico con simpatie bianconere è stato maltrattato durante la realizzazione di questo articolo.

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  1. mr. Catenaccio 7 marzo 2017, 13:20

    Avendo a che fare con gli spagnoli posso confermare la diffusa percezione di immoralità del catenaccio. Per questo lo amo sempre di più. Solo un italiano può capire la profondità del catenaccio, gli avversari battuti tornano a casa senza capire cosa e successo e si sentono derubati. Che meraviglia. Un saluto alla autore. Qui a Fiumicino sento parlare della partita di stasera, peccato che il copione non sara catenacciaro. Venderemo cara la pelle.

  2. Bel libro sulla morte, quello di Antonio Cavicchia Scalamonti

  3. storia sociale della pallavolo… io ne farò uno sulla storia sociale delle modelle russe

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