Confessioni di un calciatore della Juventus

Confessioni di un calciatore della Juventus

Sono un calciatore della Juventus e mi rivolgo a voi per ottenere un po’ di giustizia.

Per ovvi motivi non posso firmarmi con il mio vero nome, perciò userò uno pseudonimo.

Ma veniamo ai fatti: domenica scorsa giocavo titolare e, pur essendo molto concentrato sulla partita, avevo un pensiero fisso che ogni tanto mi tornava in mente e che non riuscivo a togliermi dalla testa.  

Col passare dei minuti questo pensiero si insinuava in me sempre più frequentemente e in maniera prepotente, rischiando di farmi sbagliare uno stop o, anche, il più elementare dei passaggi.

Sapete, noi calciatori non siamo dei robot, buoni a tirare dei calci a un pallone e basta, come molti di voi pensano.

Anche noi abbiamo dei sentimenti, dei desideri e una vita privata.

E proprio di questo si tratta: in coincidenza con il prossimo turno di campionato, si sposa una mia cugina con la quale siamo cresciuti insieme e siamo stati sempre molto legati. O meglio, eravamo molto legati fino all’estate scorsa quando, per motivi banalissimi che non vi sto a raccontare, abbiamo violentemente litigato. E da allora non ci siamo più visti né sentiti, cosa che mi ha fatto, e mi fa, molto soffrire.

Inaspettatamente la settimana scorsa mi è arrivato l’invito per le sue nozze con alcune parole aggiunte a penna: “se non vieni, non voglio vederti mai più”.

Riuscite a comprendere il mio tormento? La prossima partita la giochiamo in trasferta e non ce la farei mai a tornare in tempo.

A meno che… E mi sono venuti in mente alcuni racconti di spogliatoio, che i colleghi più anziani ogni tanto tirano fuori nei lunghi viaggi che facciamo, sugli stratagemmi posti in essere per recuperare un po’ di quella vita privata che ci è generalmente negata.

Così, visto che eravamo in vantaggio di due reti e che, quindi, anche deontologicamente non avrei avuto molto da rimproverarmi, ho cominciato prima a tirare dei calcetti agli avversari, poi sgambetti, poi calcioni. Ma niente.

L’arbitro non vedeva.

Il mio piano era semplicissimo: prima un’ammonizione, poi la seconda con espulsione  e conseguente squalifica per il turno successivo con relativi confetti di mia cugina.

Continuavo a fare sgambetti, falli da dietro, falli da ultimo uomo, palloni respinti con un braccio.

Niente. L’arbitro si girava dall’altra parte e fingeva, sì fingeva, di non vedere.

E non parlo soltanto a titolo personale. Tanti altri colleghi della mia squadra subiscono ogni domenica questa ingiustizia.

Un mio caro collega, una pasta d’uomo, uno cui i media hanno assegnato un ruolo che non gli compete, quello di essere uno dei più Cattivucci, mentre lui è l’esatto contrario… questo collega, dicevo, che tra l’altro ha tante cugine, fa di tutto per essere, almeno una volta, espulso… ma anche nei suoi confronti, niente. Domenica le ha provate tutte: ha quasi dato una testata all’arbitro, gli ha urlato nell’orecchio frasi irripetibili, roba che se fosse stato di un’altra squadra gli avrebbero dato non una ma cinque giornate di squalifica.

Perché questa disparità di trattamento? Perché non veniamo considerati come tutti gli altri?

Questo è razzismo bello e buono.

Noi non chiediamo favori ma solo giustizia.

E ci rivolgiamo alla vostra testata (nel senso del giornale, meglio chiarire) poiché siete gli unici che possono capire il nostro problema, in quanto la stampa del Nord nemmeno ci ascolta quando denunciamo queste cose.

Io sono il primo a fare outing. Ma vedrete che presto usciranno allo scoperto anche altri.

Aiutateci!

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