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Per gli altri è un mercato di riparazione, per il Napoli di consolidamento

Per gli altri è un mercato di riparazione, per il Napoli di consolidamento

Gli affari ufficiali e più importanti delle grandi di Serie A nel mercato invernale edizione 2016: Iturbe dalla Roma al Bournemouth, Luiz Adriano dal Milan ai cinesi del Jiangsu Suning, Nemanja Vidic che rescinde il contratto con l’Inter. Accanto ai trasferimenti ufficiali, quelli virtuali, quelli dei cosiddetti rumors: Mancini e Thohir che non acquistano quello di cui hanno bisogno se prima non cedono Guarin, Giuseppe Rossi praticamente già via dalla Fiorentina insieme a Mario Suarez che vuole fare il titolare altrove, Sturaro e Zaza richiesti in Premier League, Rugani forse in prestito per giocare un po’ e un regista da consegnare ad Allegri (Gundogan?). E poi c’è il Napoli, che ha già ceduto due calciatori in esubero (Henrique al Fluminense, Zuniga al Bologna) e si appresta a fare lo stesso col suo terzo “uomo in più”, in un’accezione però meno nobile rispetto a quella, mereavigliosa, del primo Paolo Sorrentino (De Guzman è vicinissimo allo Swansea). In tre, zero presenze quest’anno. Nessun titolare accostato ad altre squadre, solo qualche voce su Gabbiadini allo Swansea – sì, ancora i gallesi – subito smentita da tutti quelli che potevano smentirla. Per il flusso in entrata, le ipotesi di potenziamento, con i nomi che rimbalzano da Italia e resto del continente, e un mediano d’ebano della Carrarese destinato ad andare in prestito, tale Gnahoré.

Sembra un gioco di differenze, uno di quelli che “dove sta l’errore?”. In realtà, tutto rientra nell’ampio concetto della programmazione. Anzi, di più: in questo caso la programmazione diventa “giusta programmazione”. Il triumvirato De Laurentiis-Giuntoli-Sarri, proprio quello che in estate stava clamorosamente empolizzando il Napoli, è l’unico board d’alto livello in Serie A che non è stato costretto a reimpostare la squadra al mercato di gennaio, a rivedere e sconfessare quanto deciso nei caldi di giugno, luglio e agosto. Il tutto, e fa bene sottolinearlo, nel primo anno di rosso dopo otto anni di bilanci in utile. Detto in soldoni: il Napoli non ha necessità di vendere per sistemare i suoi conti, né tantomeno per accomodare qualche scomoda situazione di spogliatoio, di infelicità latente, o di palese difficoltà in campo. Certo, c’è Gabbiadini che non avrebbe certo sgradito qualche presenza in più, al netto dell’infortunio patito in Nazionale il 18 novembre scorso. Ma adesso ci saranno anche una fine gennaio e un febbraio infuocati, in cui si giocherà una volta ogni tre giorni contro grandi avversari e con i massimi obiettivi nel mirino. Gabbiadini, l’ha detto anche Sarri, sarà «indispensabile». Difficile non credergli.

E poi ci sono quelli che noi abbiamo definito “i massimi obiettivi”, figli diretti di quanto di bello mostrato e raggiunto finora. I risultati di questo Napoli sono davanti agli occhi di tutti, e sono la discriminante per affermare, una volta di più, quanto il club stia vivendo un periodo storico decisamente al di sopra dei suoi standard tolto il quinquennio maradoniano. È una squadra già forte, che è stata indubbiamente irrobustita in estate (Hysaj, Allan e Reina, e ci mettiamo pure Valdifiori, Chiriches e Chalobah) e che necessita solo di qualche ritocco che allunghi la panchina per poter competere davvero ad altissimi livelli e su tutti i fronti fino alla fine. Niente stravolgimenti in corsa, cessioni doverose e la sola, però essenziale, necessità di potenziare i settori meno forniti di alternative. Per il Napoli, questo non è un mercato di riparazione ma di consolidamento. Un successo, indubbio, di quella che si chiama “programmazione”. Non metterci vicino “giusta” o “buona”, ma pure “indovinata”, “azzeccata” o anche “grandissima”, è francamente da orbi.

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