Com’è cambiato il ruolo del regista, da Juliano e De Sisti a Valdifiori

Com’è cambiato il ruolo del regista, da Juliano e De Sisti a Valdifiori

Il regista, nel calcio, è una fissazione di Aurelio De Laurentiis, una suggestione forse della sua attività di produttore cinematografico. Nei suoi 80 film, il regista è naturalmente un elemento centrale. Ne ha avuti di famosi, da Mario Monicelli a Ettore Scola, da Pupi Avati a Pedro Almodòvar, da Luc Besson a Roman Polanski e, soprattutto, Neri Parenti.

Di recente il presidente del Napoli ha dichiarato: “Avrei sempre voluto giocare con il regista. Avevo preso Verratti, poi purtroppo ho dovuto rinunciare per il modulo dell’epoca nel Napoli di Mazzarri. È un rimpianto che mi porto dentro”.

Ed ecco Mirko Valdifiori, 29 anni, romagnolo di Lugo in provincia di Ravenna. Di lui si dice: “È un regista abile a dettare i tempi di gioco”. E Maurizio Sarri, il nuovo tecnico azzurro che ha avuto Valdifiori nell’Empoli, aggiunge: “La sua qualità più importante è la velocità di idee, gioca sempre ad uno e due tocchi, riesce a verticalizzare”.

Valdifiori erede di Andrea Pirlo? Calma.

Innanzi tutto che cos’è e se c’è il regista nel calcio d’oggi. Non c’è più se ricordiamo che cosa è stato il regista nel calcio del passato quando Giancarlo De Sisti (655 partite fra club e nazionale, 74 gol, oggi 72 anni) e Antonio Juliano (506 partite nel Napoli, 38 gol, 72 anni anche lui) ne rivestivano in pieno il ruolo.

Registi e leader, punti di riferimento costanti attorno ai quali girava tutta la squadra che guidavano grazie alle capacità tecniche, alla visione di gioco, al piazzamento, all’intuito. Sapevano scegliere la zona di campo dove giocare il pallone sottraendosi alle marcature avversarie. Tutta la manovra passava per i loro piedi.

Antonio Juliano, classe 1943, nato in un quartiere popolare di Napoli, San Giovanni a Teduccio, nella periferia orientale della città, dove il padre gestiva una salumeria, severo con se stesso e con gli altri, serio, orgoglioso, tenace, è stato un napoletano atipico. Niente pizza e mandolino, niente folclore, niente vittimismo, ma paladino di una napoletanità laboriosa, estranea ad ogni stereotipo più abusato.

Da calciatore, in sedici campionati in maglia azzurra, due in serie B, detiene il record di 394 presenze (e 26 gol). Nessun giocatore del Napoli come lui. Primato di presenze anche nelle coppe europee (39). Con 72 partite in Coppa Italia contro le 96 di Bruscolotti cede a quest’ultimo il record delle presenze complessive in maglia azzurra: 506 contro le 511 della “mascella di Sassano”.

Juliano, nell’ultimo dopoguerra, è stato il primo napoletano ad essere convocato in nazionale (in passato Attila Sallustro) giocando 18 partite, inserito nella “rosa” di tre Mondiali: Inghilterra ’66, Messico ’70 e Germania ’74. In Messico giocò gli ultimi 16 minuti della finale contro il Brasile.

Era un ragazzino della Fiamma Sangiovannese quando venne adocchiato dal talent-scout Giovanni Lambiase che lo portò nelle giovanili del Napoli in cambio di un paio di palloni e di una muta di magliette. Dotato di grande temperamento e determinazione si impose da leader già nella formazioni juniores e De Martino.

Pesaola lo lanciò in prima squadra facendolo debuttare a 17 anni in Coppa Italia contro il Mantova (31 maggio 1962, semifinale) e poi in serie A contro l’Inter (17 febbraio 1963).

È stato un vero leader in campo e nello spogliatoio costruendosi giocatore con una ferrea autodisciplina, un lavoro costante, sacrifici, determinazione, personalità, crescendo soprattutto nel Napoli di Sivori e Altafini. Dettava i tempi, faceva rifiatare la squadra, la orientava. E’ stato un giocatore-bandiera alla pari di Rivera nel Milan e di Bulgarelli nel Bologna. Sognò lo scudetto nel 1975, protagonista assoluto ma sfortunato della gara decisiva a Torino contro la Juventus. Pareggiò il gol del vantaggio juventino di Causio con un gran tiro da fuori area, di esterno destro, che finì nell’angolino alto della porta del suo amico Zoff. Ma il portierone, con cui aveva legato negli anni della permanenza napoletana di Zoff, gli negò il raddoppio: un altro tiro all’incrocio dei pali, ancora da fuori area, che Zoff parò con un gran volo.

In un calcio più lento, i registi erano autentici direttori d’orchestra. Lo era Luisito Suarez, spagnolo di La Coruna, nell’Inter di Helenio Herrera (523 partite, 144 gol), oggi ottantenne, autore di lanci lunghi per il contropiede veloce di Jair e Sandro Mazzola. Lo è stato il sublime uruguayano Juan Alberto Schiaffino nel Milan e nella Roma (466 partite in carriera, 159 gol). Lo era Nils Liedholm, il “barone” svedese, imponente, 394 partite col Milan, 89 gol, che non sbagliava un passaggio e la domenica che ne fallì uno a San Siro il pubblico lo applaudì. Il brasiliano Paulo Roberto Falcao (61 anni oggi, 319 partite, 48 gol) è stato il regista-condottiero dell’ultima Roma campione d’Italia.

Nel calcio veloce di oggi, in cui l’uomo-squadra per non dire il regista viene soffocato dal pressing o è appositamente marcato per spegnere la maggiore e decisiva fonte di gioco, il ruolo si è abbassato. Più che regista a centrocampo, a cucire il gioco fra difesa e attacco, il regista “moderno” gioca a ridosso della difesa. Andrea Pirlo (36 anni, 809 partite, 85 gol di cui 28 su punizione, record in Italia; 89,2 la percentuale dei passaggi precisi) è l’esempio più lampante con un raggio d’azione ampio e il lancio lungo e preciso.

Registi di movimento nel tica-taca del Barcellona sono Xavi Hernandez (35 anni, 961 partite, 101 gol) e Andrés Iniesta (31 anni, 707 partite, 69 gol). Più virtuosi del pallone che registi nel senso classico. Più regista, forse, l’altro spagnolo, Xabi Alonso (33 anni, 764 partite, 62 gol).

Nella Roma giocano due registi, Daniele De Rossi (31 anni, 588 partite, 67 gol) davanti alla difesa e Francesco Totti (38 anni, 801 partite, 308 gol) più avanzato, capace di ribaltare il gioco con le sue aperture volanti e, in aggiunta, goleador.

Regista arretrato, “alla Pirlo”, è il cileno della Fiorentina David Pizarro (35 anni, 604 partite, 48 gol) non rapido e spesso troppo innamorato del dribbling rischiando nelle uscite dalla difesa. In certo qual modo è un regista per visione di gioco e precisione negli assist l’olandese Wesley Sneijder (31 anni, 585 partite, 157 gol).

Avrebbe qualità di regista, ma non la continuità e la sapienza totale nel ruolo, Riccardo Montolivo (30 anni, 477 partite, 35 gol).

Si dice un gran bene di Ilkay Gundogan, tedesco di origini turche, 24 anni, 161 partite e 22 gol nel Borussia Dortmund e nella nazionale germanica.

Il regista italiano più reclamizzato, dopo Pirlo, è il pescarese Marco Verratti, 22 anni, 227 partite e 7 gol, sfuggito a De Laurentiis e approdato al Paris Saint Germain.

Resta sospeso il giudizio su Jorginho, brasiliano naturalizzato italiano, 22 anni, giunto al Napoli con grandi credenziali, ma non a suo agio nel centrocampo a due di Benitez. Nel Verona di Mandorlini era considerato un centrocampista totale, padrone della zona centrale nel 4-3-3 veronese. 181 partite in carriera di cui 52 nel Napoli, 14 gol (due in maglia azzurra). Con l’arrivo di Valdifiori nel prevedibile 4-3-1-2 di Sarri non ci sarà molto spazio per Jorginho destinato, pare, al mercato in uscita.

Mirko Valdifiori, giunto tardi alla ribalta, nell’Empoli di Sarri, è la nuova scommessa del Napoli. Longilineo, non alto (1,76), ha corsa elegante e rapida visione di gioco. Funzionava alla perfezione negli schemi precisi e automatici dell’Empoli. Di qualità tecniche indiscusse dovrà trovare nel Napoli quei meccanismi di gioco nei quali eccelleva nella squadra toscana.

Ha una lunga carriera alle spalle. Cresce nelle giovanili del Cesena. Con la formazione romagnola gioca tre partite in due campionati di serie B. Scende in C1 nel Pavia e nel Legnano. Arriva ad Empoli, con la squadra in B, nel 2008. Il Cesena lo vendette per 500mila euro. Sei stagioni con l’Empoli nel campionato cadetti (217 partite, 4 gol), poi in serie A nel campionato scorso (38 partite, nessun gol). Il Napoli l’ha pagato 5,5 milioni, contratto quadriennale a 900mila euro l’anno. Lo ha puntato Riccardo Bigon, prima di lasciare il club azzurro. Convocato in nazionale da Conte, ha giocato 67 minuti (sostituito poi da Verratti) nell’amichevole di marzo a Torino contro l’Inghilterra (1-1).

Preferisce giocare davanti alla difesa in posizione centrale (si adatta anche a destra) proponendosi sempre per ricevere palla e smistarla velocemente con la migliore soluzione per i compagni. Gioca preferibilmente di destro, all’attivo un buon numero di assist. I suoi modelli sono Pirlo e De Rossi.

Staremo a vedere come Sarri completerà la mediana azzurra. A Empoli, Valdifiori giocava tra Daniele Croce, 33 anni, abruzzese, e Matias Vecino, 24 anni, uruguyano, in un centrocampo ricco di altri talenti, il pavese Simone Verdi, 23 anni, e il forlivese Riccardo Saponara, 23 anni. Tutti insieme hanno fatto ballare la rumba al Napoli nel 4-2 del girone di ritorno.

Vedremo chi giocherà ai lati di Valdifiori, forse Hamsik a sinistra se il Napoli riuscirà a prendere Saponara, trequartista alle spalle delle due punte, Gabbiadini e Higuain. Sul lato destro è tutto da indovinare.

Sposato con Elisa, è padre di una bimba, Aurora, Valdifiori ha un’età matura per superare la suggestione di un club di livello superiore rispetto alle sue squadre precedenti. Dovrebbe perciò esprimere, oltre alle doti tecniche, quella personalità capace di dare al Napoli un punto di forza sicuro, un punto di riferimento essenziale, guida e leader di centrocampo che Benitez non ha avuto. Molto dipenderà da come Sarri riuscirà a disegnare la squadra azzurra creando attorno a Valdifiori un gruppo di giocatori capaci di interpretare i suoi schemi e le soluzioni di gioco esaltando la presenza del quasi trentenne regista dei tempi moderni.
Mimmo Carratelli

ilnapolista © riproduzione riservata