Solo a Napoli consideriamo Benitez un offensivista

“Il calcio spettacolo lasciamolo ad altri” (voce di popolo); “Il Napoli gioca il calcio più offensivista d’Italia” (Mario Sconcerti); “Benitez non ha capito che Napoli non è l’Europa” (voce di popolo); “Il 4-2-3-1 lo puoi giocare se hai calciatori adatti, altrimenti devi coprirti con un centrocampista in più, altrimenti è un suicidio” (ancora voce di popolo).

Potremmo continuare a lungo ma il senso è già sufficientemente chiaro. Una delle principali accuse che il popolo (e non solo, considerando Sconcerti) muove all’allenatore del Napoli è la sua eccessiva spregiudicatezza, una latenza (anzi, ben più di una latenza) zemaniana. Chissà come se la riderebbe (prima di piangere, ovviamente) Ferguson se fosse catapultato nei salotti televisivi napoletani. Lui che nella sua biografia ha bollato Benitez come difensivista, oltre a definirlo stupido e fortunato.

Ma è indubbio che da sempre Benitez sia stato, giustamente, accompagnato dall’etichetta di difensivista. Lo era soprattutto a Liverpool, dove la sua squadra giocava di fatto senza un autentico bomber. L’attaccante più prolifico che abbia avuto è stato Torres. Ma a lungo Rafa è stato innamorato di Crouch, il lungagnone, attaccante sicuramente atipico. Per non parlare del gioco. Per chi ricorda Vito Antuofermo, pugile che riuscì nella memorabile impresa di fare pari con Marvin Hagler, è facile accostare la sua boxe o la sua non-boxe al calcio di quel Liverpool. Che, vale la pena ricordarlo ancora una volta, andò a Torino contro la Juve di Ibrahimovic e Trezeguet e strappò uno zero a zero con una partita difensiva che avrebbe fatto la gioia della stragrande maggioranza dei detrattori di oggi.

A Napoli, invece, Rafa è costantemente sotto accusa per l’esatto contrario. Un po’ come se un giorno Inzaghi fosse stato attaccato per il suo giocare troppo lontano dalla porta. Il 4-2-3-1 di Rafa dà alla testa. Ma come? Noi Dio ‘o ssape e a Maronna ’o vere e ci mettiamo con quattro attaccanti in campo? A nostro avviso, quella della città è una reazione più antropologica che calcistica. L’idea di scendere in campo e giocarsela a viso aperto non ci appartiene. Sì, lo so, direte voi che non contempliamo il Napoli di Vinicio. Ci permettiamo di dire che era un’altra Napoli quella degli anni Settanta. Di vedute decisamente più aperte rispetto a quella di oggi. Forse sbagliamo.

Ma torniamo al calcio. E al tanto vituperato 4-2-3-1. Lo sapete come Mourinho vinse la Champions con l’Inter? Sicuramente lo sapete. Col 4-2-3-1. Così andò a giocarsi la finale contro il Bayern: Julio Cesar; Maicon, Lucio, Samuel, Chivu; Zanetti, Cambiasso; Eto’o, Sneijder, Pandev (sì, Pandev); Milito. E di fronte aveva un Bayern che si schierò col 4-4-1-1. Così come fu Mourinho a portare all’Inter la preparazione atletica col pallone. Senza, diceva, i calciatori si annoiano.

Tutto questo per dire, anzi per ribadire, che il calcio, così come ogni attività di gruppo, non risponde a regole fisse. La creazione di un gruppo, l’assimilazione di nuove metodologie di lavoro, i processi di crescita della consapevolezza non sono bevande che si acquistano al bar. Non si schioccano le dita e si ottiene quel che si desidera. E così può anche capitare che uno storico difensivista come Benitez abbia una squadra che oggi esegue decisamente in modo inadeguato la fase a lui più cara. E non certo per il modulo. Ma per una serie di cambiamenti, radicali, che implicano un diverso modo di stare in campo, una diversa mentalità, un diverso approccio. Tutto ciò non avviene dalla sera alla mattina.
Massimiliano Gallo

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