Pur di difendere la casta degli ultrà, la curva B ci ha chiamati colerosi

«Sogno uno stadio senza curve». Lo ha dichiarato qualche giorno fa Aurelio De Laurentiis, che in realtà ha riproposto un concetto a lui caro sin dai suoi primi approcci al mondo del calcio. Il presidente del Napoli ha sempre digerito con grande difficoltà il peso politico dei tifosi e degli ultrà in particolare. Il suo è sempre stato un concetto all’americana: offro uno spettacolo, se ti piace paghi il biglietto, altrimenti scegli altro. Un principio che ovviamente da noi è fantascienza. Non solo, ma nel corso degli anni il presidente del Napoli ha imparato che con gli ultrà bisogna comunque in qualche modo venire a patti.

In tanti, compresi noi del Napolista, abbiamo spesso storto il naso di fronte a queste dichiarazioni di De Laurentiis. Trincerandoci dietro l’amore per il calcio classico e soprattutto schierandoci contro il logorio del calcio moderno. Siamo legati al calcio che fu, alle bandiere, agli striscioni, ai tamburi. Senza però mai comprendere completamente quanto il mondo degli ultrà sia profondamente distante da quello di noi semplici appassionati di calcio.

Oggi al San Paolo, purtroppo, abbiamo avuto la plastica dimostrazione di questo fossato che separa noi tifosi “normali” e loro, gli ultrà, i professionisti del tifo. Oggi, in curva B è comparso uno striscione di solidarietà nei confronti dei “colleghi” di Milan e Inter che sono stati puniti per aver cantato cori discriminatori nei confronti dei napoletani. In curva B hanno esposto uno striscione che spesso abbiamo dovuto leggere in altri stadi: “Napoli colera”. Affiancato da un altro striscione che recitava così: “E ora chiudeteci la curva”. Non paghi, hanno cantato il motivetto che da sempre siamo costretti ad ascoltare: “Senti che puzza, scappano i cani, stanno arrivando i napoletani. Colerosi, terremotati, voi col sapone non vi siete mai lavata”. Questa domenica, triste domenica, lo abbiamo ascoltato dalla curva B. Mentre in curva A hanno intonato, dopo anni: “Un solo grido, un solo allarme, Milano in fiamme, Milano in fiamme”, probabilmente con l’intento di far squalificare il settore.

Insomma, a questo punto è tutto chiaro. Anche per coloro i quali avevano ancora dubbi e hanno sperato in una forma di autoironia (per alcuni resta in piedi la tesi della provocazione, ma sarebbe francamente una forma di provocazione difficilmente comprensibile). Tra la difesa della propria terra d’appartenenza e la difesa dell’appartenenza ultrà, hanno scelto. Viene prima il pianeta ultrà e poi Napoli e i napoletani. Insomma, anche per quelli della curva B siamo colerosi e terremotati. E così dobbiamo essere appellati in ogni stadio d’Italia. Perché il loro sindacato così reclama.

È l’ennesima frattura tra una cerchia ristretta di persone (dal forte potere di condizionamento) e la gran massa di appassionati che vanno allo stadio per tifare, soffrire, sfottere e gioire. Sarebbe semplice giungere alla conclusione che tutto questo con uno stadio senza curve non accadrebbe. Semplice e sbagliato. Perché non sarebbe così semplice. Di certo, oggi (nel giorno dell’appello per la terra dei fuochi), gli ultrà hanno dimostrato di essere prima di tutto ultrà, fedeli a un loro codice, fedeli anche a chi da trent’anni ci chiama colerosi e terremotati. Napoli e il Napoli vengono dopo. Professionisti di un qualcosa che di certo non è tifo. Professionisti di una professione che non esiste. Che nulla produce. Che invece distrugge. Persino le proprie origini. Una forma di corporativismo. Di difesa di una casta.
Massimiliano Gallo

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