Il calcio rischia di rimanere col fair play in mano (e potrebbe scindersi come la boxe)

Fair play finanziario. Una sorta di parola magica. Un abracadabra dal potere dialetticamente taumaturgico. Una sorta di lasciapassare da esibire nei momenti più tumultuosi. Si alzano le braccia e ci si appella al fair play finanziario. Ricordo, una volta, lavoravo ancora al Corriere del Mezzogiorno, un’intervista a De Martino. Forse una delle sue ultime. A proposito del federalismo disse: “Ormai è come il prezzemolo”. Il giorno dopo, in riunione, il direttore Demarco si rammaricò per non aver messo quella frase nel titolo. Ecco, il fair play finanziario sembra essere il contemporaneo federalismo.

Platini ci tiene tanto, si gioca la sua credibilità politica e, molto più probabilmente, la possibilità di essere riconfermato. Si sarà fatto due conti e ha compreso che magari perderà qualche voto pesante ma ne guadagnerà tanti leggeri. Alla fine fine i voti si contano, non si pesano.

Proprio in questi giorni, però, una domanda aleggia tra noi strenui appassionati di calcio: ma che succede se un club non rispetta l’ormai mitologico fair play finanziario? “Beh, vieni espulso”. La prima risposta è la più semplice, arriva accompagnata da una roboante sicumera. “Non vedi quel che è accaduto al Malaga? È stato escluso dalle competizioni internazionali. La Uefa non perdona”.

Va bene. Seconda domanda. Ma se a non rispettare il fair play finanziario dovesse essere il Real Madrid, o il Paris Saint Germain, invece del piccolo e deboluccio Malaga? “E che dubbio c’è, la legge è uguale per tutti”. Ecco, è qui che il discorso – almeno ai miei occhi – comincia a zoppicare. Un po’ di giorni fa, a proposito delle ragazze pon pon, il professor Trombetti ha scritto un articolo nostalgico o forse sarebbe meglio definirlo disincantato su quanto sia cambiato il gioco del calcio nel corso del tempo. È cambiato in modo strabiliante. Di fatto del calcio che fu, tranne la regola del gol che vale uno, è rimasto poco.

Non sto qui a ripercorrere il processo. La metamorfosi è evidente. Anche, e soprattutto, a livello europeo. Oggi i ragazzini nemmeno sanno che cosa sia la Coppa delle Coppe – che pure per tanti tifosi del Napoli ha rappresentato per anni una delle più cocenti delusioni – e considerano l’Europa League una coppetta di serie B per nulla paragonabile alla Coppa Uefa di un tempo. Il business ha stravolto tutto. Il circo, per reggersi, ha bisogno di modificare rapidamente le regole.

Non a caso, Platini ha già subito l’assalto dei club che avrebbero voluto una super Champions con le prime 5-6 qualificate dei vari campionati e la conseguente eliminazione dell’Europa League. Per ora se l’è cavata dando alla vincitrice dell’Europa League il diritto di partecipare alla Champions, rendendo così un po’ più appetibile la competizione. Ma fino a quando sarà in grado di resistere?

E vengo al punto. Se domani l’Uefa dovesse squalificare il Paris Saint Germain, che cosa accadrebbe? Lo sceicco, o chi per lui, modificherebbe la propria politica gestionale oppure il provvedimento – sempre che venga preso – provocherebbe un fenomeno franoso che rivoluzionerebbe il mondo del calcio?

Non è poi così fantascientifico immaginare una scissione, così come già avvenuto nella boxe e come tempo fa sembrò profilarsi per l’automobilismo. Un amico mi ha ricordato – non lo ricordavo – che un anno nel basket si giocarono due coppe dei campioni. E il punto è proprio questo. Come farebbe la Uefa a impedire che Psg, Real, e tutti gli altri club danarosi si organizzassero per conto loro e dessero vita a una federazione autonoma con un torneo autonomo? I big del calcio – Ibra, Messi, Ronaldo, Lewandowski, eccetera – giocherebbero in quei club. Le tv ovviamente coprirebbero l’evento. Perché, parliamoci chiaro, tra Malaga-Napoli e Real-Chelsea secondo voi quale partita ha più appeal televisivo?

Per ora, probabilmente, ai più questo discorso può sembrare lunare. Intanto, come tanti di voi sapranno, sul fair play finanziario si è allungata l’ombra di Daniel Striani, l’avvocato che sconvolse il mondo del calcio col caso Bosman. È tornato all’attacco e ha presentato un ricorso contro il fair play finanziario perché, a suo dire, violerebbe il libero movimento di capitali che è uno dei capisaldi dell’Unione europea.

Ovviamente, staremo a vedere. Di certo il fair play finanziario sarebbe anche uno strumento a tutela della sportività, della possibilità di essere più o meno alla pari ai nastri di partenza. Nobile intento, per carità. Ma le leggi del business sembrano proiettate in direzione opposta.
Massimiliano Gallo

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