Cavani non mi emoziona (all’abnegazione preferisco il talento)

Da bambino le maestre di scuola mi contendevano. Avevo talento, intelligenza, perspicacia. A cinque anni leggevo meglio di come leggo adesso: un giorno la maestra convocò il direttore in classe per far sentire le intonazioni che davo ai virgolettati, come in una recita, dei personaggi del racconto. Così fino alle scuole medie. Dal liceo cominciò invece un’involuzione o, comunque, un adeguamento al circostante.

Era così anche con il pallone: senza aver mai fatto scuola calcio (come si usa adesso anche con bambini di tre, quattro o cinque anni) riuscivo a governare la palla che fino agli otto o nove anni con il suo volume quasi mi sfiorava il ginocchio. Amavo Diego e per strada mi immedesimavo in Lui con i muri dei palazzi che mi restituivano il pallone mentre sussurravo una telecronaca di “Diego che passa ad Alemao, passaggio in profondità per Careca e goooooooooool”. Poi andai a scuola calcio e disimparai presto gli istinti nel continuo ripetersi di esercizi che mal sopportavo. Per non parlare dei giri di campo…

Per questo (probabilmente sbagliando), in tutti i settori della vita, ho sempre preferito le persone di talento a chi, con molti sforzi, riusciva in risultati anche migliori di coloro che avevano delle doti particolari. Quelli che, come me, puntavano alla sufficienza (mai al massimo) con il minimo sforzo senza vane ricerche di gloria e consensi. Per venire all’attualità, Cavani rappresenta il classico secchione ben voluto da insegnanti un po’ idioti. Un calciatore modestissimo che però con l’impegno e la costanza negli allenamenti riesce a diventare il primo della classe. Perché a lui interessa solo questo: essere primo, essere il migliore, con quegli atteggiamenti un po’da “cannibale” descritti tempo fa qui sul Napolista da Fabrizio D’Esposito.

Ogni gesto di Cavani non mi emoziona. Mi godo i gol vittoria, questo si. Ma nessuna sua giocata mi fa alzare dalla poltrona. Mi affascinava di più, non piacendomi, quel Lavezzi un po’ fumoso che aveva negli occhi la miseria e la nobiltà degli scugnizzi: quella consapevolezza di non essere il migliore, di non volerlo essere se non per qualche sera all’appuntamento importante dove ci si mette giacca e cravatta per far bella figura.

Di Maradona, lo scrittore Erri De Luca ha detto: “Senza lo spreco del suo talento non sarebbe stato quel che è stato, perché il genio se non è sprecato, anche solo per una minima parte, non esiste”. Concordo con Erri. Cavani non spreca nulla, tutto concentrato a come migliorare ogni giorno di più le sue doti fisiche, il tiro, lo stop al volo. La punizione (ormai l’ennesima) di Edinson contro il Torino è il risultato di un allenamento furioso, senza sensibilità di tocco: si colpisce il pallone in un determinato punto, con quel tot di potenza e il pallone finisce in quel lato della porta. Come un ragazzino che risolve un’equazione.

Rimpiangerò tantissimo Edinson quando questa estate, tra mille voci e valzer di titoli in prima pagina, finirà al Real Madrid. Eppure questa è la naturale conseguenza del suo essere: il miglior attaccante del mondo (considerato come prima punta, forse alla stregua di Falcao) che finisce nel club più famoso del mondo con il miglior allenatore del mondo (se Mourinho resterà a Madrid). Andrà dove potrà alzare coppe e trofei e potrà consacrarsi tra i migliori bomber del decennio. Un calciatore simile a lui, Gabriel Batistuta, andò a Roma per vincere uno scudetto dopo aver militato persino in B nella Fiorentina. Edi mi ricorda Batigol. Ma io allora amavo Roberto Baggio: quello che per divertirsi ancora se ne andò al Brescia dove, più che nei top club, dimostrò di essere il miglior calciatore italiano di tutti i tempi. Oggi mi piace Totti, geniale a suo modo, come una sorta di ultimo dei mohicani. Cavani farà come quei miei compagni di scuola che raggiunsero il massimo dei voti e che ora non trovano un lavoro decente. Perché la vita non dà voti. Come la storia del calcio non è fatta di numeri, ma di emozioni.
Valentino Di Giacomo

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