10 maggio 1987, una giornata particolare

Al San Paolo stavamo paralizzati, in trance, sotto un sole crudele che aveva bucato un cielo grigio chiaro e non ci scaldava. Sudore freddo e ansia. Nello stadio c’erano 132 striscioni che “parlavano” di scudetto. Dalle curve erano pronti a srotolarsi due immensi teloni col tricolore. Il Napoli, dopo il gol di Carnevale (terza rete consecutiva), fantastico colpo di tacco di Giordano a smarcare Cavallo Pazzo, stava pareggiando con la Fiorentina (1-1). Segnò Baggio debuttante in serie A, magica punizione, il primo dei suoi 218 gol.L’Inter di Trapattoni, ultima irriducibile rivale, tre punti dietro, virtualmente ancora in corsa per lo scudetto, stava perdendo dall’Atalanta. Tutto successe nei primi tempi delle due partite. Un boato salutò l’autogol di Ferri a Bergamo. Il secondo tempo fu una lunga, interminabile sofferenza.

La Fiorentina, matematicamente salva col pareggio, sembrava rispettare la nostra angoscia. Eravamo in novantamila (ufficialmente 82.579, quasi due miliardi di incasso, 58.159 gli abbonati!). S’era perso oltre la traversa un pallonetto del pibe dopo slalom e piroetta. Rimanevamo schiacciati sotto il peso insopportabile di una gioia troppo grande, vicina, possibile, ma ancora incerta. A tre minuti dalla fine, l’addetto al display dello stadio non ne poté più. Rilanciò il messaggio luminoso e definitivo della sconfitta dell’Inter e premette il pulsante dell’annuncio lampeggiante e irresistibile: “Napoli campione d’Italia 86-87”.

Quando Pairetto fischiò la fine e le curve srotolarono i teloni con lo scudetto, e lo stadio fu tutto un fumogeno azzurro, e poi un fumogeno bianco, rosso e verde, Maradona venne sotto la tribuna dove c’erano Claudia, rientrata da Buenos Aires con la piccola Dalmita nata 38 giorni prima, papà Chitoro, la sorella di Diego, Maria, i genitori di Claudia e tre suoi fratelli. Maria aveva avuto un pensiero elegante per il giorno dello scudetto. Aveva portato nello spogliatoio uno smoking per Diego. Ma nello spogliatoio si ritrovarono tutti nudi, e così rimasero a lungo, cantando e ballando, e i ragazzi del pibe cantarono “ohi mama mama mama, sai perché mi batte il corazòn, ho visto Maradona, ho visto Maradona”. Dieguito strappò il microfono a Galeazzi e fece lui le interviste per la Rai. E tutti cantarono “Oj vita mia”.

Diego canzonò Ciccio Romano, che Pierpaolo Marino, in ottobre, aveva pescato nella Triestina perché mettesse un po’ d’ordine in squadra e perciò Diego l’aveva soprannominato “la Tota”, la mamma che pensa a tutto, e ora gli stava dicendo: “Noi abbiamo lavorato due anni per questa gioia e lui è venuto fresco fresco e in sette mesi è diventato campione d’Italia”. Poi chiamò Bruscolotti: “Peppino! Peppino!”. E ai compagni urlò: “E’ lui il vero capitano”. L’anno prima, in una amichevole a Macerata, Bruscolotti aveva ceduto la “fascia” a Diego con una promessa del Divino, fargli vincere lo scudetto. “E’ la mia ultima occasione – aveva detto al pibe. – Ho 35 anni e non so se giocherò più”. Le due volte che Maradona aveva fatto i capricci (con Ferlaino?) e non voleva scendere in campo, a Milano contro l’Inter e al San Paolo contro la Juve, proprio nell’anno dello scudetto, Bruscolotti gli aveva ricordato la promessa e Diego giocò.

Il campionato era cominciato a Brescia con una prodezza di Maradona (1-0). Alla vigilia, l’allenatore delle “rondinelle”, Bruno Giorgi, aveva detto che, contro le difese italiane, Maradona se li sarebbe sognati i gol fatti al Mondiale contro inglesi e belgi, seminando e beffando intere difese. A Brescia Diego ripeté il prodigio. Giocò in dieci metri la difesa bresciana e fece gol. Del campionato tricolore come non ricordare le “batoste” assestate alla Juve di Platini a Torino (3-1) e a Napoli (2-1), il gol in tuffo di testa a pelo d’erba con una torsione da circo di Diego alla Sampdoria, e i tocchettini volanti con cui il pibe saltò la difesa del Milan e fece gol quasi dalla linea di fondo. Quel giorno, 26 aprile 1987, al San Paolo, la gente cantava già “Vinceremo, vinceremo il tricolor”.

Non era cominciata bene la stagione storica dello scudetto, il primo dopo 61 anni di attesa. Il 20 settembre, dalla stanza numero 509 al quinto piano della clinica Sanatrix, Cristiana Sinagra, 22 anni, ragioniera, partorì un bambino, convocò le telecamere di RaiTre e annunciò: “Mio figlio è il figlio di Maradona. E’ frutto del nostro amore. Lo chiamerò Diego Armando junior”.  Il sindaco Carlo D’Amato intervenne duramente: “Condanno la famiglia della ragazza che non ha pensato a tutte le conseguenze negative”. Furono giorni difficili. L’1 ottobre 1986, il Napoli uscì dalla Coppa Uefa a Tolosa dove il perfetto calcio di rigore di Maradona si stampò su un palo. Il 2 novembre, una biglia d’acciaio fu lanciata contro la Mercedes guidata da Diego alle due di notte. C’erano già le notti bianche del pibe. C’erano i suoi continui viaggi che fecero scrivere a Luigi Compagnone: “Maradona è un idolo che fa il comodo suo, viaggia troppo”. Quell’anno, Diego andava e veniva da Monaco di Baviera, da Parigi, da Madrid, da Barcellona, da Montecarlo, dall’Argentina per le feste di fine anno, per la nascita di Dalmita, per le feste di Pasqua, da Tokio per una partita di beneficenza. Arrivò appena in tempo per la vittoria a Udine (3-0, segnò una “doppietta”).

La domenica dello scudetto, Napoli dipinse strade, palazzi e auto d’azzurro. Su un palazzo di cinque piani, un pittore acrobatico dipinse Maradona alto cinque piani lasciando appena lo spazio a una finestra sul petto dell’argentino. Sull’altoforno numero 4 dell’Italsider, a Bagnoli, a 120 metri dal suolo sventolò una bandiera azzurra con lo scudetto. Fabbriche improvvisate sfornarono tutto quello che poterono vendere in quel giorno, dai capellini alle shirt, orologi, trombe, torte, portachiavi, bottiglie di spumante, poster, bengala, tutto in azzurro e con lo scudetto. Qualcuno calcolò che il business di un artigianato geniale a improvvisato fruttò venti miliardi di lire. Dalle Filippine arrivarono ventimila “Gennarì” di plastica con lo scudetto, la nuova mascotte, costo diecimila lire.

Italo Allodi, che aveva creato la squadra-campione, col braccio sinistro paralizzato dopo un ictus era andato incontro gli azzurri nel ritiro a Pescia. Promise: “Verrò per la festa dello scudetto”. Non ce la fece. Ferlaino rilasciò la sua immancabile confessione bugiarda: “Ho sofferto 18 anni aspettando lo scudetto. Ora lascio la presidenza come avevo promesso a me stesso diciotto anni fa”.

All’ultima giornata il Napoli pareggiò ad Ascoli. La squadra marchigiana si salvò. Retrocessero Brescia e Atalanta, le squadre delle due città di Ottavio Bianchi, Brescia dov’era nato e Bergamo dove aveva casa. Il tecnico si infuriò. Dallo spogliatoio di Ascoli si levò il canto: “Te ne vai o no”. La squadra tornò in aereo da Pescara. Arrivò a Capodichino alle 21,10. La città ripeté la festa di una settima prima. Un corteo di carri, provenienti da Nola, sbucò alla Riviera di Chiaia. Fuochi d’artificio a Mergellina e al Molo Beverello. Un fumogeno azzurrò si levò dalla collina di Posillipo.

Ma fu il 10 maggio 1987 la festa grande che durò fino all’alba. Il giorno dopo la città apparve straordinariamente pulita e negli uffici l’assenteismo calò addirittura del 15 per cento. Chi aspettava la Napoli dei pazzarielli, il caos, l’entusiasmo balordo rimase deluso.

MIMMO CARRATELLI (da Repubblica Napoli)

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