Trent’anni fa, la domenica del terremoto ad Avellino

Quella domenica, il 23 novembre 1980, il Napoli aveva giocato a Bologna, 1-1, gol di Pellegrini per il pari. L’allenatore era Marchesi. Era la squadra con Castellini, Bruscolotti, Marangon, Krol, Damiani, Musella. Eravamo secondi in classifica a un punto dalla Roma capolista. L’Avellino aveva giocato al “Partenio” battendo l’Ascoli 4-2. L’allenava Vinicio. Tacconi in porta, Vignola in attacco col piccolo, funambolico Juary.
Tornavamo in macchina da Bologna e sapemmo del terremoto al casello di Roma sud. Passammo dal casello verso le 21. Le scosse che avevano sconvolto l’Irpinia s’erano verificate alle sette e mezzo di sera.
Martedì seguii una carovana di giornalisti sui luoghi del disastro. Questo è uno dei ricordi di quei giorni.
C’era attorno una distruzione agghiacciante, ad Avellino. Era il secondo giorno dopo il terremoto. Un gatto s’era strusciato agli stivali dei soccorritori e poi li aveva guidati verso una montagnola di macerie. Il gatto rivolse il muso verso il cumulo di pietre, miagolò e puntò le zampe anteriori sulle pietre. Era un gatto bianco. “Vuol dirci qualcosa” dissero i soccorritori, “scaviamo”.
Scavarono e ogni tanto tendevano le orecchie sulle macerie. “C’è qualcuno là sotto. Ci sentite?” Nessuno rispose. Attorno c’era gente in ansia. I soccorritori continuarono a scavare. In quei giorni, anche un piccolo segnale suscitava speranze e venivano smosse pietre e travi con le mani. Le pale meccaniche potevano fare danni.
L’uomo che scavava con più ardore si fermò. Si chiamava Vincenzo. Era di mezza età, con un forte viso bruno. Le sue mani ebbero un tremito. “Dio mio, questi sono capelli” urlò. Col palmo delle mani spazzolò delicatamente i detriti nel punto in cui era affiorata una macchia scura e soffice. “Sono capelli” urlò ancora.
Fece il suo lavoro con attenzione. Il gatto bianco guardava e miagolava. “E’ un ragazzo” urlò l’uomo. Ora stava liberando dalle macerie una testa giovane. Delicatamente liberò il viso dai detriti. “E’ proprio un ragazzo” disse con la voce soffocata dall’emozione. “Un po’ d’acqua, portate un po’ d’acqua” chiese.
Il ragazzo aveva ancora tutto il corpo sotto le macerie. Aprì gli occhi e li richiuse. Doveva riabituarsi alla luce. Mosse le labbra. Portarono l’acqua e l’uomo che aveva scavato più di tutti gli inumidì le labbra. Il ragazzo schiuse gli occhi. “Come va?” gli chiese Vincenzo. “Ho il fiatone” disse con un filo di voce il ragazzo.
Ora gli stavano liberando tutto il corpo. “Come ti senti?”. “Un po’ stretto” rispose il ragazzo con una smorfia. “Sei stanco?” gli chiese Vincenzo. “Mi sento rotto come dopo gli allenamenti del giovedì”. Era un ragazzo che giocava al calcio. “Mi chiamo Ciro” disse.
Un bambino, nella folla degli astanti, disse di conoscere Ciro e di averlo visto giocare. “E’ veloce – disse il bambino, – ha due gambe veloci e, quando va, nessuno riesce a prenderlo”.
Lavoravano in molti, ora, per liberare Ciro dalle macerie. Una donna, mentre pregava, esclamò: “Ha i capelli neri”. Allora Ciro disse: “Siamo in parecchi, sotto. Ci è venuta addosso la chiesa”. “Prima liberiamo te, poi penseremo agli altri” disse uno dei soccorritori.
“Che giorno è?” chiese Ciro. “Martedì” gli fu risposto. “Siamo sotto da un giorno e mezzo. Non è poi tanto. Possiamo farcela tutti” disse Ciro. “Certamente” disse Vincenzo. “Giochi all’attacco?” gli chiese. “Sono veloce con la palla” disse Ciro. “Quando sarà finita, verrò a vederti giocare” disse Vincenzo. “Segnerò un gol e lo dedicherò a te” disse Ciro.
Il lavoro per liberare Ciro durò un’ora. Le pietre da rimuovere erano pesanti e non dovevano essere fatti danni al ragazzo. “Chiamate un dottore” disse Vincenzo che continuava a scavare. Il medico arrivò e disse che avrebbe fatto a Ciro una iniezione anti-choc. Gliela fece su un braccio.
Gli stavano liberando le gambe. “Non sento nulla – disse Ciro, – è come se non avessi più un corpo”. “Sei un ragazzo forte e te la caverai molto bene” disse l’uomo che scavava. “Puoi muoverti?” gli chiese. “Non un gran che” rispose Ciro. “Preparate delle corde per tirarlo su” disse l’uomo agli altri soccorritori.
Il lavoro era proprio alla fine. Stavano allargando il buco per liberare le gambe del ragazzo. “Fate piano con le gambe, è un calciatore” disse Vincenzo agli altri. Imbragarono il corpo di Ciro con le funi che avevano portato. Uno dei soccorritori scavò ancora attorno al corpo del ragazzo perché venisse su pulito, senza strappi. Vincenzo gli toccò le gambe. Ciro si era quasi appisolato per la stanchezza. Non sentì nulla. Doveva essere l’effetto della siringa.
Il corpo di Ciro venne su lentamente. Tutt’attorno la folla tratteneva il respiro per l’emozione. “Ancora un poco ed è fatta” disse Vincenzo che aveva visto per primo i capelli di Ciro sotto le macerie. Arrivò una barella e la ragazza della Croce Rossa disse: “Facciamo piano. Se ha delle fratture, bisogna stare molto attenti”.
Portarono una coperta di lana. Era novembre e faceva freddo. Un uomo la posò sulle gambe di Ciro mentre lo adagiavano sulla barella. “Ti aspetto alla partita” disse Ciro a Vincenzo che lo aveva liberato amorevolmente. “Ci puoi contare” rispose l’uomo.
La barella venne issata sull’autoambulanza. “E’ stato un magnifico salvataggio” dissero ai soccorritori quelli della folla che avevano seguito tutto. “E’ un ragazzo molto forte, è uno sportivo” disse Vincenzo. “Ha perduto molto sangue, ma ce la farà” disse il dottore. “Farà delle trasfusioni in ospedale – disse Vincenzo, – ne ha bisogno, deve tornare a correre, deve tornare a far gol”.
Un’ombra passò sul viso del dottore. “Non giocherà più” disse a bassa voce. “Giocherà, dottore – disse Vincenzo, – ci siamo dati appuntamento alla sua prima partita quando sarà uscito dall’ospedale”. “Non potrà giocare quella partita” aggiunse il dottore.
Vincenzo lo guardò stupito. “Non capisco” disse.
“Le gambe – disse il dottore, – avete visto bene le sue gambe?”
Mimmo Carratelli

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