Al Napoli manca il dna delle grandi squadre

Al di là degli sguardi afflitti, degli entusiasmi che scemano, del batticuore, del «vorrei ma non posso» e della mancanza di ben otto nazionali in giro per il mondo, al di là della tradizione legata alla sosta del campionato, al di là di tutto quello che una partita come Catania-Napoli può suggerire, e prima della sfida di giovedì con il Liverpool, si può serenamente parlare di due Napoli. E sono del tutto opposti: impossibile usare mezze tinte o giri di parole. Il primo, quello delle vittorie incoraggianti ma non straordinarie su Cesena e Roma, è stato protagonista degli squilli di tromba in una fase ancora piuttosto incerta del campionato, avviatosi alla rovescia per via dell’inizio a rilento delle «grandi». L’altro Napoli, quello visto ieri, è assolutamente incapace di fare un suo gioco. È l’assenza di continuità che non ne fa una squadra da altissime posizioni in classifica. Ieri a Catania ha subito gli avversari, e anche male: troppe involuzioni, nervi troppi tesi (18 falli commessi). A Catania subisce gli avversari: pochi tiri in porta, riflessi rallentati nella testa e nelle gambe. Peccato che nessuno racconti davvero cosa succede, nel chiuso degli spogliatoi, tra una partita e l’altra. Gente che si rimbocca le maniche, dicono, atleti che si guardano negli occhi. Alla vigilia dell’Europa league e prima del match da vertice del campionato contro il Milan, ci piace immaginare che il Napoli già da ieri si sia onestamente contemplato per intero allo specchio e che abbia deciso – come ha fatto spesso in questi ultimi anni – di cambiar musica, affinché le prossime partite, sulla carta impari, siano disputate alla pari. Con maggior ardore ma anche col cervello, se si vuol sperare che la squadra di corsa e d’avventura riprenda la marcia avvincente. Il metallo umano di cui la compagine è composta è apprezzabile, come la sua capacità di soffrire: da oggi in poi dovrà sfoderare più la sciabola del fioretto. Il fiato corto Finisce, dunque, 1-1 tra Catania e Napoli, con poche emozioni e, alla fine, fiato corto dei nostri. Ma era cominciata peggio. Proviamo a distribuire i ringraziamenti, in ordine cronologico. Grazie a De Sanctis, prodigioso in alcune parate. Un grazie a metà a Cavani, per il gol fatto e quello sprecato: nonostante i viaggi transoceanici ha dimostrato di che tempra è fatto, e soprattutto che tra qualche anno potrà figurare nell’élite internazionale degli attaccanti. Non lo si può far rientrare sin da ora per l’ancor limitata esperienza maturata sui nostri campi: il tempo può aiutarlo a crescere. Cavani è il meno sudamericano di tutti, è uno che fa il pendolo contribuendo così ad avvicinare i reparti. Uruguaiano nei piedi, senz’altro validi, ma con una mentalità europea, tanto che s’è subito ambientato. Calcio elegante il suo ma rigoroso, senza fronzoli. Cioè: sì al colpo di tacco, al dribbling, ma soltanto se rappresentano la soluzione più efficace. Il cambio misterioso Dopo i ringraziamenti, qualche rilievo critico. Soprattutto verso quel cambio che ha visto Zuniga – suo l’errore sul gol di Gomez – sostituire Dossena. Ma tant’è. Pur se al Napoli un pareggio non serviva granché, questo 1-1 non è da buttar via, a patto che riemerga prontamente quella solidità tanto gradita a Mazzarri

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