Moser: «La globalizzazione ha cambiato il ciclismo italiano, nessuno investirebbe 50 milioni come la squadra di Pogacar»
A Libero: «Manca il fuoriclasse, l'ultimo è stato Nibali. Oggi i ragazzini temono il ciclismo: è lo sport più duro, 5-6 ore sotto il sole a picco o nel gelo, è pericoloso».

Former Italian rider Francesco Moser (C) attends the presentation of the 2018 Tour of Italy (101st Giro d'Italia) cycling race, on November 29, 2017 in Milan. (Photo by MARCO BERTORELLO / AFP)
L’ex ciclista Francesco Moser ha parlato, in un’intervista a Libero, della crisi del suo sport in Italia.
L’intervista a Moser
Se l’aspettava una Caporetto simile?
«In parte. L’Italia un tempo era capofila del ciclismo, aveva le squadre più forti e ospitava tantissime corse importanti. Di conseguenza avevamo i corridori più bravi. La globalizzazione ha cambiato tutto».
Tre ragioni per capire questo scempio?
«Il movimento si è ridotto, non ci sono più squadre italiane e mancano gli investitori, gli sponsor. La squadra di Pogacar costa 50 milioni di euro, chi altri può rivaleggiare in termini di investimento su un team di ciclismo? Manca il fuoriclasse, non ci sono corridori che vanno forte. L’ultimo è stato Nibali».
Ganna, un talento ancora inespresso nelle classiche?
«Se allude alla Sanremo o alla Roubaix ci è andato vicino ma la seconda è una gara infida, ci vuole anche fortuna. Una foratura e addio anche se domini».
Chi intravede nel prossimo futuro? Una speranza?
«Milan che ha vinto la maglia verde al Tour, ora deve confermarsi. E poi Finn: ha vinto sia il mondiale juniores che quello under 23. Ha numeri e deve dimostrarli quest’anno».
Saronni ha detto: i ragazzini non vogliono più fare ciclismo, troppo duro e poco divertente.
«Il ciclismo è lo sport più duro da sempre e non da oggi, stai 5-6 ore sotto il sole a picco o nel gelo che ti morde il corpo. Ma è anche quello sempre più pericoloso e i ragazzini, oggi, lo temono».
Con 273 corse vinte come giudica la sua carriera?
«Ero un istintivo, non mi risparmiavo mai e alcune gare le ho perse perché altri erano più furbetti. Attaccavo sempre e consumavo energie».
Nel 1984 lei portò il ciclismo nell’era moderna con il record dell’ora. Si sente un patriarca del ciclismo scientifico?
«Non nego di avere aperto le porte a una nuova realtà con le ruote lenticolari, il cardiofrequenzimetro, gli scarpini attaccati ai pedali, i body aerodinamici e l’alimentazione».
Con Saronni, 40 anni dopo, ci siete o ce la fate?
«Da mezzo secolo abbiamo caratteri diversi, continua ad attaccarmi e non so perché. Non corriamo più l’uno contro l’altro dal 1987. Però abbiamo fatto divertire e quando correvano noi molte belle vittorie all’Italia arrivavano».











