Napolisti, impegnatevi per una nuova policy del calcio. Altrimenti avrete solo un’inutile repressione
La premessa è: di pallone non capisco nulla. Però alcuni dei miei amici più cari sono tifosissimi e quindi un po’ da lontano qualcosa seguo. Mi permetto allora di dire un paio di cose sul seguito della vicenda Ciro Esposito perché, invece, mi capita da tempo di navigare al bordo del campo degli studi di politiche pubbliche e anche stavolta mi pare di assistere, minuto dopo minuto, alla costruzione della ennesima politica pubblica inutile e inefficace. Dopo il ferimento e dopo la morte di Ciro, il governo ha ripetutamente annunciato che si sarebbe occupato, di nuovo, di varare misure utili perché andare allo stadio torni ad essere un passatempo sicuro. Domenica, in una intervista al Mattino, il ministro Alfano ha spiegato che pensa a provvedimenti di polizia più rigidi per chi è già colpito da Daspo e che sta elaborando un pacchetto di norme da portare in parlamento prima del campionato, sul quale pacchetto però non è possibile avere anticipazioni. E qui inizia il mio deja vu. Innanzitutto perché una policy non è necessariamente un pacchetto di norme. A volte può davvero servire una nuova legge ma molte altre volte non sono le leggi a scarseggiare. Quello che manca sono altre azioni, comprese quelle utili ad applicare leggi esistenti, ma non servono nuove leggi, magari un po’ più dure.Nel caso specifico, non sono certa che nuove norme di polizia contro i violenti avrebbero l’effetto atteso (ma poi è davvero un effetto desiderato?) di riportare allo stadio famiglie e tipi tranquilli, tifosi normali e gente amante dello spettacolo. Tutte persone che probabilmente già oggi non sono molto invogliate a frequentare gli stadi da invenzioni come la tessera del tifoso. Mi pare, viceversa, che per mettere in piedi una politica del calcio sicuro serva l’impegno non solo delle istituzioni ma anche delle società sportive e di altri possibili stakeholder del mondo del pallone. Anche costringendo alcuni di questi soggetti a farsi parte attiva e, semmai, a sottrarsi al ricatto delle frange violente. In secondo luogo, mi preoccupa il fattore tempo. In letteratura si trovano descrizioni abbastanza precise sulla durata dell’attenzione per un problema pubblico. C’è un momento in cui un certo fenomeno viene percepito come un problema grave, allarmante. E in cui, quindi, si aprono spazi di dibattito su possibili soluzioni. Poi, progressivamente, e magari in una con l’emergere di difficoltà, conflitti e costi delle soluzioni, l’attenzione decresce e il tema esce dalle agende.Ecco, nel caso del dopo-Ciro, io credo che andrebbe colto il momento presente, di grande attenzione al problema – e di commozione – per provare a costruire iniziative sul calcio sicuro più condivise e anche per questo più efficaci.Da questo punto di vista, la campagna non violenta lanciata dal Napolista mi pare un punto di partenza prezioso. E sarebbe bello se agli sforzi vostri e dei vostri simili come il Romanista si unissero le voci – e magari le firme – di un po’ di autorevoli tifosi. Non so se ha senso, ma forse si potrebbe inventare qualcosa come una lettera aperta al governo, firmata da noti fissati del pallone tifosi di varie squadre, per chiedere che – questa volta – si metta in campo una vera politica del calcio sicuro e non una sventagliata di norme repressive utili quasi soltanto dal punto di vista simbolico.Daniela Lepore Docente di Tecnica e pianificazione urbanistica alla Federico II











