Trump consegnerà la coppa del Mondo rompendo il protocollo: la finale è già una partita di potere
Prima ancora del fischio d'inizio, l'ultimo atto tra Spagna e Argentina è un evento politico. Sul palco della premiazione salirà il presidente degli Stati Uniti, in tribuna andrà in scena un altro duello, e su tutto aleggia il sospetto che ha accompagnato questi Mondiali: che qualcuno, lassù, tifi per una delle due squadre.

Db New York (Stati Uniti) 13/07/2025 - FIFA Club World Cup 2025 / Chelsea-Paris Saint-Germain / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Donald Trump-Gianni Infantino
Che sarebbero stati “i suoi” Mondiali si era capito da tempo. Ora arriva la conferma plastica: Donald Trump sarà al MetLife Stadium per la finale tra Spagna e Argentina e, soprattutto, consegnerà personalmente il trofeo al capitano della squadra vincitrice, insieme a Gianni Infantino. Un gesto che rompe il protocollo FIFA, che negli ultimi anni prevedeva la consegna da parte del solo presidente della federazione. È il suggello di un torneo che, nel bene e nel male, è stato anche il Mondiale di Trump e Infantino.
Il presidente sul palco della premiazione
L’immagine è forte: il capo della Casa Bianca che alza la coppa più ambita del calcio mondiale davanti a un pubblico globale. Non è la prima volta che il rapporto tra il tycoon e la FIFA fa discutere — dalla telefonata sul caso Balogun che Infantino ha ammesso, rivendicando l'”indipendenza” della federazione, fino alle critiche di chi, come l’ex numero uno del calcio tedesco, ha demolito il presidente FIFA proprio per la sua vicinanza al potere politico. La consegna del trofeo è il culmine di questa liaison: il calcio come vetrina, e la vetrina come messaggio.
In tribuna, l’altra finale: Trump contro Sánchez
Ma la partita nel palco d’onore promette scintille quanto quella in campo. Accanto a Trump, per la Spagna, ci saranno il premier Pedro Sánchez e la famiglia reale — re Felipe VI, la regina Letizia e le figlie. E tra il presidente americano e il capo del governo spagnolo i rapporti sono tutt’altro che distesi: nei mesi scorsi si sono scontrati su NATO, spese militari e dossier internazionali, con Trump che ha più volte minacciato ritorsioni commerciali contro Madrid per il rifiuto di alzare la spesa per la difesa. Un gelo che, raccontano, si sarebbe sciolto solo grazie a una chiacchierata sul pallone: “tutta gentilezza e buone parole”, avrebbe riferito Sánchez. La diplomazia del calcio, appunto.
Lo sfondo: le accuse di favoritismi all’Argentina
C’è poi il convitato di pietra di tutto il torneo: il sospetto che l’Argentina abbia goduto di un trattamento di favore. Un’accusa montata in rete fino a numeri impressionanti — una petizione per l’esclusione della Seleccion avrebbe raccolto milioni di firme — e alimentata da episodi controversi, su tutti il match con l’Egitto, il cui ct parlò apertamente di “ingiustizia”. A gettare benzina è stato lo stesso Infantino, che aveva confessato il proprio “nervosismo” all’idea di veder eliminati i campioni in carica: parole lette da molti come una simpatia mal celata. La FIFA, per bocca di Pierluigi Collina, ha respinto con forza ogni ipotesi di arbitraggi pilotati, ribadendo la totale indipendenza dei fischietti. Ma il clima, alla vigilia, resta avvelenato.
Quando il pallone diventa geopolitica
Ed è forse questa la vera cifra di Spagna-Argentina: una finale che è insieme sport e messaggio di potere, con un presidente sul palco, due leader in tensione in tribuna e una nuvola di sospetti sul campo. Non è una novità assoluta — il calcio e la politica si sono sempre intrecciati —, ma raramente in modo così esplicito. Come già avevamo notato, questi Mondiali hanno messo in posa la FIFA accanto al potere. Domenica, con la coppa in mano a Trump, quell’istantanea diventerà definitiva.