Il Mondiale del razzismo: è la FIFA a fotografare l’impennata degli abusi (mentre Infantino posa con Trump)
Il Guardian riporta un aumento di tredici volte degli insulti online durante la fase a gironi, gli attacchi a sfondo razziale diventati la prima categoria di messaggi segnalati, oltre cento post finiti alle forze dell'ordine.

Mg New York (Stati Uniti) 16/06/2026 - Mondiali di Calcio 2026 / Francia-Senegal / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Kylian Mbappe'
Il razzismo è il grande convitato di pietra di questo Mondiale, e il cortocircuito è tutto nei numeri: a certificarne l’esplosione è la FIFA stessa. Come racconta The Guardian (Ashifa Kassam), mentre le squadre preparano le fasi finali, un coro di voci avverte che l’ascesa di una retorica politica divisiva si sta traducendo in una sfida sempre più dura fuori dal campo. “C’è un problema enorme”, dice Samuel Okafor, numero uno di Kick It Out, l’organizzazione britannica contro le discriminazioni nel calcio: “Il clima politico sta chiaramente entrando nel calcio, e la gente si sente autorizzata come non mai”.
Razzismo al Mondiale: i dati della FIFA
I numeri, appunto. Il servizio di protezione social della federazione ha registrato un aumento di tredici volte degli abusi online durante la fase a gironi. Gli insulti a sfondo razziale sono diventati la categoria più numerosa, l’11% dei post segnalati, contro l’8% del Mondiale in Qatar 2022, e oltre cento messaggi sono stati inoltrati alle forze dell’ordine. La stessa FIFA ammette che “i dati mostrano una direzione preoccupante” in tema di abusi razzialmente aggravati. A dare l’allarme, tra i primi, è stato il sindacato mondiale dei calciatori FIFPRO, che parla apertamente di “un crescente schema di abusi” e invoca un’azione collettiva: “Episodi non isolati, che indicano un modello sistemico che non può restare una parte accettata del calcio o della società”.
Dagli olandesi a Mbappé: gli episodi
Il torneo è stato scandito da casi concreti. La federazione olandese ha presentato un reclamo ufficiale dopo che i suoi giocatori sono stati bersagliati online in seguito alla sconfitta con il Marocco; la procura di Parigi ha aperto un’inchiesta sui presunti insulti razzisti a Kylian Mbappé partiti da una senatrice paraguaiana. Non sorprende, spiega Okafor, “vedere olandesi, tedeschi, francesi e inglesi bersaglio di abusi: è la fotografia di quello che vediamo da stagioni anche nel calcio dei club”.
Il punto, secondo l’accademico Jacco van Sterkenburg (Erasmus University di Rotterdam), è che “la finestra di ciò che è considerato normale si è spostata”. Le forme più implicite e sottili di razzismo sono diventate quasi più accettabili, e proprio quel razzismo strisciante è “il terreno di coltura” per quello esplicito. Ci rientra anche il linguaggio in codice dei telecronisti, da tempo documentato: atletismo, velocità e potenza per descrivere i giocatori neri, intelligenza tattica e tecnica per gli altri. Un tema su cui, non a caso, il calcio tende a intervenire solo quando diventa un problema reputazionale.
Il nodo politico: il Mondiale americano e Infantino
È qui che il discorso diventa politico. Per Human Rights Watch è impossibile separare l’ondata dal fatto che gran parte del Mondiale si gioca negli Stati Uniti, “sotto un’amministrazione che ha da tempo abbracciato un linguaggio xenofobo mentre porta avanti un giro di vite senza precedenti sull’immigrazione”, come denuncia Minky Worden. “Se stai deportando centinaia di migliaia di persone, spesso persone di colore, quello è lo sfondo di questo Mondiale. E deve per forza incidere sull’aumento degli attacchi razzisti”.
Lo sfondo, per l’appunto. Perché mentre la FIFA misura l’impennata degli abusi, il suo presidente continua a coltivare il rapporto con Donald Trump — quello stesso rapporto per cui cinquanta eurodeputati hanno accusato la sua FIFA di screditare il torneo e per cui c’è chi in Europa ne ha chiesto lo scioglimento. La federazione, nota HRW, ha fatto poco per affrontare questo contesto più ampio, pur avendo statuti che disciplinano diritti umani e non discriminazione. Il paradosso è tutto qui: la FIFA fotografa il problema, ma il volto del suo Mondiale resta quello del presidente che stringe la mano a chi, secondo molti, quel clima lo alimenta.