Pochettino e la sfida agli Stati Uniti: “Nel soccer, se perdi non succede niente”
Il ct racconta come ha cambiato la testa alla nazionale in un anno e mezzo: dal "Why not us?" alla critica della cultura del soccer, uno sport-intrattenimento senza retrocessioni dove "premiano chi arriva ultimo".

SANTA CLARA, CALIFORNIA - JUNE 30: Mauricio Pochettino, Head Coach of the United States, speaks during the press conference of United States at San Francisco Bay Area Stadium on June 30, 2026 in Santa Clara, California. Jamie Squire/Getty Images/AFP (Photo by JAMIE SQUIRE / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP)
Mauricio Pochettino ha trasformato gli Stati Uniti, e lo ha fatto partendo dalla testa. Il ct argentino, arrivato un anno e mezzo fa dopo una disastrosa Copa América, ha riportato entusiasmo attorno alla nazionale a stelle e strisce al Mondiale di casa. In un’intervista a El Mundo ha spiegato come ci è riuscito — e ha detto una cosa che ai nostri orecchi suona quasi eretica sul modo americano di intendere il calcio.
Pochettino e gli Stati Uniti: “La cosa più urgente? Cambiare la mentalità”
Poco tempo e una situazione grave: “Il minimo per conoscere i giocatori in una nazionale sono quattro anni, e quando siamo arrivati ne mancava uno e mezzo al Mondiale. Tutto doveva essere precipitoso”. La priorità, però, non era tattica: “Cambiare la mentalità, senza dubbio. La squadra non aveva bisogno di giocare le qualificazioni e la sensazione era che non avesse bisogno di competere. Molti pensavano che, per il loro nome o per il club in cui militano, avessero già il diritto di sentirsi parte della Coppa del Mondo, senza aver dimostrato di esserne all’altezza”. Da qui il lavoro: “Convincere il giocatore che la Coppa del Mondo cominciava dal nostro primo allenamento”. Un tema che a lungo gli è persino costato la fiducia dei tifosi, in un Paese che faticava a scaldarsi per la propria Nazionale.
“Why not us?”: crederci e sognare
Il motore di tutto è diventato uno slogan: “Why not us?”, perché non noi? “L’hanno fatto altre nazionali che nessuno immaginava: perché non noi? Bisogna crederci, bisogna sognare”, dice Pochettino. Con un tocco che gli piace: “Quella frase mi piace anche perché ‘us’ è la sigla di United States”. Una scommessa che, dopo un avvio convincente, ha ridato entusiasmo a un gruppo guidato da giovani come Balogun e che sfrutta anche il fattore campo.
La cultura del soccer: “Se perdi non succede niente”
Il passaggio più affilato è quello sulla cultura calcistica americana. “Qui è soccer, che è diverso dal nostro calcio perché è uno sport di intrattenimento. In MLS non ci sono retrocessioni né promozioni. Per noi il calcio è competitivo, tutto l’anno ti giochi qualcosa; ma nel soccer, se perdi, non succede niente. Se una squadra non funziona, si pensa alla stagione successiva”. E l’affondo finale, quello che spiega tutto il suo lavoro sulla testa: “Vivono in una cultura diversa, in cui la squadra che arriva ultima in NBA sceglie per prima al draft: ti premiano per essere ultimo. Nella nostra testa competitiva, questo non entra”. È il paradosso che Pochettino — uno dei tanti ct della scuola argentina a questo Mondiale — ha dovuto ribaltare: trasformare un ambiente che perdona tutto in una squadra che vuole vincere. Ci è riuscito. E ora, chissà: perché non loro?