Leggere Maldini aiuta a comprendere Malagò e a simpatizzare con lui
L'intervista al Corriere rende ancora più chiara l'idea che Maldini ha di sé. Voleva l'Italia chiavi in manio: o Pirlo o niente e nessuno che fiatasse. E alla fine, fingendo di negare il paragone, accosta il suo progetto a quello di Cruyff per il calcio spagnolo.

Db Riad (Arabia Saudita) 18/01/2023 - Supercoppa Italiana / Milan-Inter / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Paolo Maldini
Maldini e l’idea di avere l’Italia chiavi in mano
Ieri tutti hanno letto l’intervista di Aldo Cazzullo a Paolo Maldini. Era l’intervista del giorno, se non del mese. Intervista esaustiva che, grazie al punto di vista di Maldini, ha aiutato a comprendere quel che è successo in Nazionale. Date per sincere tutte le risposte del milanista a vita, abbiamo compreso una serie di passaggi (che fondamentalmente ci erano noti anche prima ma adesso abbiamo il bollino blu, pardon rossonero).
Innanzitutto abbiamo capito che Maldini voleva l’Italia chiavi in mano. Di fatto il presidente era ridotto a un soprammobile.
La sua rivoluzione calcistica non aveva altro modo di dispiegarsi se non attraverso Andrea Pirlo. Perché a parte le boutade Ancelotti e Guardiola (che, abbiamo scoperto, faceva le formazioni sui foglietti come noi a scuola), non c’era altro nome al di fuori di Pirlo. Maldini sostiene di non aver mai fatto il nome di Thiago Motta. Ha detto che sulla carta c’erano De Rossi e Grosso ma erano su panchine di squadre di Serie A e l’accordo era di non andare a rompere le uova nel paniere ai club. Quindi, la conclusione è: o Pirlo, o niente.
Già il presidente di suo non contava più niente ma doveva pure avallare un tecnico al momento scarso (SCARSO) che aveva pure un contratto con una società di scommesse russa e del cui contratto nessuno sapeva nulla. Ma, soprattutto, SCARSO.
E no caro Paolo, non puoi paragonare Pirlo a De La Fuente
Abbiamo poi ascoltato da Maldini – e onestamente ci è caduto il cuore nei calzini che d’estate non portiamo – la balla cosmica di paragonare la carriera di Pirlo a quella di Scaloni e soprattutto a quella di De La Fuente. Maldini mente sapendo di mentire. Non può non conoscere la carriere federale di De La Fuente che sarà pure nata rispondendo a un annuncio pubblicitario ma poi con la Federazione spagnola lavora dal 2013. Ossia da tredici anni. ha allenato l’Under 18, l’Under 19, l’Under 21, la Nazionale Olimpica. E poi nel 2022, dopo il disastro Luis Enrique, è diventato il ct della Nazionale maggiore spagnola.

Paragonarlo a Pirlo e alla sua carriera da allenatore è come se dicessimo che Filippo Citterio (onesto terzino sinistro che ha giocato in Serie A negli anni Settanta e Ottanta) ha lo stesso curriculum di Paolo Maldini. Non è che Maldini ci può prendere per il culo così.
Tralasciando la risposta sul figlio che lavora nel calcio oggi come scout (evitiamo che è meglio), c’è tutto l’aspetto sulla presunta intransigenza. Maldini ha 58 anni e onestamente non è che abbia questa carriera da dirigente che parla da sola. È stato il Milan e al Milan per cinque stagioni e mezza (n0n con Berlusconi che è un grandissimo annusatole di uomini). E ha vinto uno scudetto. Quindi ha fatto molto bene. Ma è finita qui. E, ripetiamo, ha 58 anni. Non è un ragazzino. Non è che puoi avere la Nazionale chiavi in mano come se fosse il Chivasso (con tutto il rispetto). In nessuna azienda che si rispetti, l’amministratore delegato può fare quel che gli pare. La duttilità, il problem solving sono caratteristiche richieste come il pane. O così o Pomì è roba anni Ottanta. Figurarsi quando il così si chiama Andrea Pirlo.
Il paragone non paragone con Cruyff
Ora capiamo le frecciate di Malagò nella conferenza con Ranieri e Mancini. “Ranieri ha detto subito sì con entusiasmo, senza se e senza ma, ahhhhh (di liberazione)”. Sbaglieremo ma le parole di Maldini in noi hanno prodotto un rintocco di infantilismo. Nelle grandi aziende non sempre puoi fare quello che vuoi e come vuoi, anche se sei il capo. A 58 anni dovrebbe essere chiaro e anche da un bel po’.

Tutto questo polpettone di presunzione sfocia nella risposta finale all’intervista.
“Sa di cosa ci ha parlato a lungo Guardiola? Dell’impatto che Cruijff ebbe sul calcio spagnolo. Per due anni fu combattuto da tutti. Ma se oggi la Spagna crea talenti, è grazie alle indicazioni di Cruijff. Non vogliamo paragonarci a lui. Ma la strada era quella. Difficile, lunga; ma avrebbe cambiato l’identità del calcio italiano. È un peccato. Un vero peccato”.
Tre righe che riflettono la persona meglio di uno specchio. Commentarle equivarrebbe a sporcarle. Ora Maldini, con i suoi aedi e tanti altri, si metterà sulla sponda del fiume. E aspetterà. Sempre che il fiume sia degno di passare dove è seduto Paolino.