“De Laurentiis non compra nessuno, ha preso Allegri perché è aziendalista”
Reportage da Castel di Sangro tra voce di popolo e rumors d'alto bordo. La piazza mormora. Considerati i precedenti, potrebbe essere un buon segnale. Allegri per ora deve navigare in un mare inquieto

Massimiliano Allegri, coach of Napoli, and Aurelio De Laurentiis, owner of Napoli, attend a press conference for the new SSC Napoli head coach at Teatro di San Carlo on July 14, 2026 in Naples, Italy. (Photo by Ciro De Luca/NurPhoto) (Photo by Ciro De Luca / NurPhoto via AFP)
Il direttore sportivo, un rebus chiamato Giovanni Manna
Castel di Sangro. Il cielo che cambia, all’improvviso. Dai fasti del Centenario primoagostano colorato dai fuochi d’artificio, in piazza del Plebiscito, alle nuvole grigie che ogni benedetto pomeriggio coprono Castel di Sangro e rovesciano un po’ di pioggia. E senza dimenticare il San Carlo di metà luglio, quando un meravigliato Massimiliano Allegri si schermì così: “Questa presentazione è troppo per me, è la prima volta che mi capita”. Col Presidente tornato duce parlante che spiegò poi, due settimane dopo, e proprio la sera del Centenario, il senso del Max sancarlista: “Ci manca la Champions League e chissà che Allegri non ce la regali”.
Nuvole e Champions, dunque.
Che pare quasi un titolo di Conte (Paolo, non Antonio) e ha pure una variante non secondaria. Nuvole e Lucca.

La rabbia nei confronti di Lucca. De Laurentiis è lì che osserva
Stadio Patini di Castel di Sangro, sabato sera. Lucca tenta invano di diventare Lukkaku, con due tre kappa, e finisce per ingurgitarsi tre gol clamorosi nella ripresa, due con la cabeza, uno pedestre. Quando fallisce quello di piede, su incantevole assist del ritornante Lang, l’intero stadio ruggisce un boato violento di rabbia. Impressionante. Il piccolo stadio di Castel di Sangro si trasfigura in un Colosseo abruzzese. Il Duce Aurelio è a bordocampo, a due passi esatti da Allegri, alla sua sinistra, e ha le mani in tasca. A questo punto potrebbe fare come il Vannacci gladiatore nei video dell’IA. Cacciare cioè la mano destra e fare il fatidico pollice verso per giustiziare simbolicamente il povero attaccante, ormai linciato dalle invettive dei tifosi. Ma non lo fa. Non c’è nessuno che può raccogliere il suo ordine e cancellare Lucca dalla vista di tutti. Il direttore sportivo, un rebus chiamato Giovanni Manna, rimane seduto in tribuna autorità, all’ultima fila sotto i box della stampa. È piegato in due in avanti, con le mani giunte. Impietrito. Soprattutto, almeno stasera, manca Edo, il rampollo aureliano specialista delle incursioni nello spogliatoio ai tempi di Spalletti. In tribuna, il dibattito su Lorenzo Lucca (ah: auguri di buon onomastico, nonostante tutto) è peggio di un talk politico. Di chi la colpa dei trentacinque milioni di euro fermi ancora sulla bocca dello stomaco del Presidente? Prevalgono gli opportunisti che si fingevano contiani e oggi sono spietati revisionisti anti-contiani: “Lucca l’ha chiesto Conte, solo lui”.

Aziendalista, il marchio d’infamia (ma ve lo immaginavate Italiano con questo clima?)
Il momento Colosseo, con tanto di processo a Conte, dura poco. Il Patini ritorna in una strana atmosfera tra scetticismo e attesa. Dall’arena gladiatoria al deserto dei Tartari, il capolavoro di Buzzati. Il tenente Giovanni Drogo ha mille facce e mille voci. Aspetta i tartari che non arriveranno mai. In questo caso, l’attaccante “buono” per fare la “Scempions”. Un autorevole tifoso che si dice informato rivela uno dei tanti pranzi del Presidente, presente pure Allegri: “Dice che non comprerà nessuno”. Qualcuno chiede: “Allegri ha detto qualcosa?”. Risposta: “No”. “Si sa, l’ha preso perché è aziendalista”.
Eccolo qua il marchio d’infamia che genera lo scetticismo di questa estate. Il marchio dell’aziendalista che non si ribella al Presidente, secondo la vulgata dei tifosi. E poi la solita litania: “Allegri non è più quello di una volta”. Viene voglia di reagire e osservare: “Scusate ma voi ve lo immaginate Italiano in questo clima?”. Meglio lasciar perdere. Sarebbe una voce clamante nel deserto (dei Tartari). Lo scetticismo, se non il pessimismo, anti-allegriano interpreta probabilmente la maggioranza silenziosa del tifo, quella che non trova spazio nelle cronache dei media napoletani per vari motivi.
Nel frattempo il Celta pareggia per un pasticcio tra Meret e De Bruyne, Vergara (il nuovo uomo della provvidenza) non combina nulla e i migliori alla fine sono Di Lorenzo, Rafa Marin (sì, proprio lui) e Politano. Manna si sistema il maglioncino allacciato attorno al collo e sopra la giacca e scende giù.

Qui si dà per certo che a Dimaro non si tornerà
Quest’anno i ritiri del Napoli sono stati meno affollati del solito. Dal Trentino all’Abruzzo. Si dà pure per certo che a Dimaro non si tornerà più. Il calo di presenze è colpa di Allegri o del carovita, con centinaia di tifosi che arrivano al mattino da Napoli per assistere agli allenamenti e poi ripartono la sera? Comunque sono di più qui che a Dimaro. Pare che in un solo giorno lo store di famiglia abbia fruttato l’intera cifra incassata nelle settimane in Trentino, laddove le maglie del Centenario vengono vendute a peso d’oro manco fossero il noto paltò di Napoleone di “Miseria e Nobiltà”.
Epperò, proprio questo strano clima da limbo, una sorta di Purgatorio in attesa di capire se si andrà all’Inferno o in Paradiso, potrebbe essere un segnale rassicurante. Di questi tempi, l’anno scorso, i tifosi intervistati in massa si dicevano sicuri quantomeno del doblete, quinto scudetto più Champions, incuranti della prudenza di Conte. Come dimenticare poi l’estate superfestosa del post-Terzo, quando il Duce Aurelio trionfante andava dicendo che chiunque (pure Garcia) avrebbe potuto vincere con quella squadra? E come dimenticare, ancora, l’estate nera del nichilismo azzurro, quando andarono via finalmente i senatori per essere rimpiazzati dagli sconosciuti Kvara e Kim?
Stavolta non ci sono né i proclami vittoriosi né le contestazioni modello A16 contro il Pappone di antica memoria. Chissà (attaccante permettendo).