“La Gioia del Popolo” tornata di moda: il New York Times riscopre Garrincha, con un necrologio arrivato 43 anni dopo
Il quotidiano americano ricorda l'ala brasiliana e il gesto ha il sapore di un promemoria: c'era un tempo in cui il pallone, prima dei risultati, era pura gioia. Proprio quella che il Brasile di oggi sembra aver smarrito.

RMDY2X Brazil wins the final against Czechoslovakia with 3-1. Garrincha against Josef Masopust (left) and Jan Popluhar. Suddeutsche Zeitung Photo Alamy
Ci sono morti che i giornali dimenticano di raccontare al momento giusto. Quella di Garrincha, per il New York Times, è una di queste: quarantatré anni dopo, il quotidiano gli ha dedicato un necrologio nella serie “Overlooked“, quella con cui rimedia alle biografie mai pubblicate per personaggi che le avrebbero meritate. E la tempistica non è casuale: la riscoperta arriva mentre il calcio si prende di nuovo gli Stati Uniti.
L’uomo dal corpo “sbagliato” che vinse due Mondiali
Manuel Francisco dos Santos era nato, raccontano, con un corpo che sembrava sbagliato per il calcio: una gamba arcuata in fuori, l’altra più lunga e piegata all’indietro, per una malformazione congenita o forse una poliomielite infantile. La sorella lo vedeva simile a un uccellino e lo chiamò Garrincha, lo scricciolo. Da lì, l’improbabile: due titoli mondiali, nel 1958 e nel 1962, e il premio di miglior giocatore del torneo messicano. Un talento che ancora oggi molti considerano il più grande di sempre nel dribbling. Eduardo Galeano lo mise per iscritto: quando giocava Garrincha “il campo diventava un tendone da circo, la palla una bestia addomesticata, la partita un invito alla festa”. E aggiunse: “In tutta la storia del calcio, nessuno rese felici più persone”. Un giornale cileno, all’epoca, arrivò a titolare: “Garrincha, da quale pianeta vieni?”.
Il rovescio della “Gioia del Popolo”
Ma dietro l’incantatore c’era un uomo fragile. Alcol, difficoltà economiche, depressione: la parabola discendente fu impietosa quanto rapida. Personaggio ai limiti del leggendario, più incline a fidarsi dei guaritori che dei dottori, capace persino di giocare in prima categoria in Italia per 100mila lire, prosciutti e vini, Garrincha si spense a 49 anni, il 20 gennaio 1983, consumato dalla cirrosi. Sulla lapide vollero incidere una delle frasi con cui lo chiamavano: “Qui riposa in pace colui che fu la Gioia del Popolo”. La sua fu una fine così dolorosa che, ancora oggi, colpisce quanto la sua magia in campo.
Perché ci riguarda oggi
Il necrologio del Times riporta a galla anche il vecchio dualismo con Pelé, di sette anni più giovane e con cui non perse mai una partita giocata insieme. “Mentre i brasiliani mettono Pelé su un piedistallo, non lo amano come amano Garrincha”, scriveva Alex Bellos: Pelé simboleggia il vincere, Garrincha il giocare per il gusto di giocare. Ed è qui che la riscoperta americana diventa attuale: il Brasile che si è appena fatto eliminare da questo Mondiale sembra aver smarrito proprio quell’alegria. Il gesto del New York Times, allora, è più di un tributo tardivo: è il promemoria di un calcio in cui l’imprevedibilità e il divertimento valevano quanto la coppa. Forse più della coppa.