Il miraggio dei Fab Four si scontra con la realtà: Conte ha perso la pazienza. Sarà smantellamento?
Infortuni a catena e un paradosso impietoso: il Napoli ha trovato l'equilibrio solo rinunciando al suo super-centrocampo. Un equivoco tattico troppo ingombrante (e costoso) che ha esaurito la fiducia dell'allenatore.

Napoli’s Scottish midfielder #08 Scott McTominay celebrates with Napoli’s Belgian midfielder #11 Kevin De Bruyne after scoring a goal during the Italian Serie A football match between Parma Calcio 1913 and SSC Napoli at the Ennio Tardini Stadium in Parma on April 12, 2026. MARCO BERTORELLO / AFP
Doveva essere il centrocampo più dominante della Serie A, si è trasformato in un equivoco che ha rallentato il Napoli. Tra infortuni a catena e incompatibilità di fondo, il super-quartetto è destinato a sciogliersi.
Sulla carta, l’idea di schierare contemporaneamente Stanislav Lobotka, Kevin De Bruyne, Frank Anguissa e Scott McTominay faceva stropicciare gli occhi. Un mix potenzialmente illegale di geometrie, strappi fisici, inserimenti letali e visione di gioco di livello mondiale. La realtà del prato verde, però, si è rivelata profondamente diversa. I “Fab Four” non hanno ripagato le altissime aspettative, trasformandosi presto in un rompicapo tattico che ha finito per spazientire Antonio Conte.
Le possibilità di rivederli tutti insieme con la maglia azzurra l’anno prossimo rasentano lo zero, un’ipotesi peraltro alimentata dalle voci di mercato sempre più insistenti che vedono Lobotka e Anguissa con le valigie in mano pronte per l’imbarco.
Le statistiche ai raggi X: i numeri della disillusione
Costretti a giocare insieme, i quattro finivano inevitabilmente per pestarsi i piedi, svuotando il centrocampo di dinamismo o sbilanciando pericolosamente la squadra. Andando ad analizzare i numeri della stagione e i continui passaggi in infermeria, emergono i profili di quattro campioni che hanno giocato partite slegate tra loro, senza mai diventare un vero reparto.
Scott McTominay: l’incursore implacabile ma sprecone
Lo scozzese è risultato il più continuo del gruppo, tirando il fiato per infortunio solamente alla settima giornata e in un breve blocco tra la venticinquesima e la ventottesima. Questo minutaggio gli ha permesso di essere senza dubbio il più impattante dal punto di vista offensivo, trasformandosi spesso in un attaccante aggiunto.
In ventinove presenze, di cui ventisette dal primo minuto, ha collezionato 2433 minuti di battaglia. Il suo peso in area avversaria è spaventoso: ben nove reti segnate, di cui due di testa, scagliando verso la porta la bellezza di ottantotto tiri. Un bottino da centravanti puro. C’è però un neo evidente che pesa sul giudizio complessivo e sulla pulizia della manovra: le dieci grandi occasioni mancate e i centotrentuno duelli persi. È un giocatore che crea un caos agonistico costante, nel bene e nel male.
Stanislav Lobotka: il metronomo isolato
Il faro del centrocampo dello scudetto ha vissuto una stagione singhiozzante dal punto di vista clinico, fermandosi a più riprese tra la settima e la nona giornata, poi alla quattordicesima, e ancora tra la ventisettesima e la ventottesima.
Quando è stato in grado di giocare, ha continuato instancabilmente a tessere la sua tela, ma le sue regie sono sembrate spesso fini a se stesse in un settore di campo troppo affollato. Nelle sue ventotto presenze stagionali ha garantito una precisione assoluta, registrando un clamoroso 92.7% di passaggi riusciti (1531 tocchi su 1651 tentati). Eppure, la sua incisività negli ultimi trenta metri è stata quasi nulla: un solo gol e zero grandi occasioni create. Ha garantito un solido possesso palla, vincendo settantasei duelli e rubando venticinque palloni, ma senza mai riuscire ad alzare i giri del motore della squadra quando serviva strappare la partita.
Kevin De Bruyne: il genio di cristallo
L’acquisto da sogno di De Laurentiis si è scontrato con una tenuta fisica a dir poco drammatica. Il fantasista belga è rimasto intrappolato in un buco nero spaventoso, saltando per infortunio dalla nona alla ventisettesima giornata: praticamente un intero girone trascorso a bordocampo.
Quando è sceso in campo ha incantato il Maradona, ma è successo decisamente troppo di rado. In appena quindici presenze e meno di mille minuti giocati, De Bruyne ha comunque trovato il modo di segnare cinque reti, sfruttando al meglio tre calci di rigore e una punizione, e sfornando la bellezza di ventinove passaggi chiave. Una media tecnica siderale che fa solo aumentare i rimpianti. Il limite, purtroppo, è tutto nei muscoli: quarantuno duelli persi su sessantasei testimoniano una condizione atletica mai realmente ottimale per reggere l’urto e i ritmi della Serie A.
Frank Anguissa: il muscolo assente
Il camerunense ha condiviso con De Bruyne lo stesso, identico calvario clinico, sparendo dai radar per infortunio dalla dodicesima alla ventisettesima giornata. Oltre al lunghissimo stop, rappresenta forse la delusione più cocente in rapporto alle rigide necessità tattiche di Conte. Doveva essere l’ago della bilancia, il frangiflutti insormontabile, e invece si è perso in un’annata anonima e opaca.
Nelle sue diciassette presenze ha messo a referto quattro reti, ma ha chiuso con un modesto 86% di passaggi riusciti, il dato più basso dopo il compagno belga, senza però avere le attenuanti delle giocate illuminanti. Il numero che certifica il suo calo vertiginoso è l’equilibrio nei contrasti: settantasei duelli vinti contro settantotto persi. Da un incursore con la sua stazza ci si aspettava un dominio fisico che, semplicemente, non si è mai visto.