Ottavio Bianchi: “Dopo il primo scudetto entrai nello spogliatoio: non abbiamo ancora vinto niente”
Alla Gazzetta racconta la doppietta del 1987 e il segreto di quel Napoli: combattere l'entusiasmo. Su Conte e l'Inter: "È stato agevolato dal rallentamento delle altre"

Former Italian football coach Ottavio Bianchi, who managed Maradona at SSC Napoli between 1985 and 1989, poses on April 20, 2023 in Bergamo . - When he was training, Diego Maradona "looked like Nureyev," recalled former technician Ottavio Bianchi, who managed the Argentine idol at Napoli between 1985 and 1989. (Photo by Vincenzo PINTO / AFP)
Ottavio Bianchi è l’allenatore del primo scudetto. Non solo, è l’allenatore della doppietta: scudetto e Coppa Italia nel 1987, l’anno in cui Napoli esplose. E a distanza di quasi quarant’anni, l’allenatore che a Napoli si portò una civetta racconta alla Gazzetta dello Sport il segreto di quel trionfo con una sincerità che oggi sarebbe impensabile: farsi odiare.
“A un certo punto era diventato solo quello il mio compito, anche a costo di farmi odiare”, dice Bianchi. Smorzare gli entusiasmi. Tenere tutti con i piedi per terra in una città che per la prima volta nella storia sentiva l’odore dello scudetto. “Quando sei in società che non sono abituate a vincere è facile farsi trasportare dagli entusiasmi prima del previsto. Ma a me hanno insegnato che prima di alzare le braccia al cielo ed esultare devi passare il traguardo. Ero sul pezzo, capivo che il momento più pericoloso era proprio alla fine, quando sei alla volata finale e non hai ancora tagliato il traguardo. In città c’era entusiasmo da tempo e io lo combattevo perché è pericoloso”.
La gaffe dopo lo scudetto e la doppietta
Il racconto più bello è quello della sera dello scudetto. I giocatori festeggiano, Napoli impazzisce, e Bianchi entra nello spogliatoio a rovinare la festa: “Feci una gaffe perché quando i giocatori e Napoli tutta festeggiavano il primo scudetto, siccome avevamo un’altra finale che a me interessava moltissimo, sono entrato negli spogliatoi facendo un po’ di scena e con la faccia dura. E dissi: “Cosa continuate a festeggiare? Non abbiamo ancora vinto niente”. Mi hanno guardato come se fossi matto… Poi però abbiamo vinto anche la Coppa Italia”.
E lo rifarebbe: “È stato bello vincere quella Coppa perché l’avevano giocata quasi tutti i giovani, e napoletani, che non avevano trovato molto spazio in campionato. Per questo la squadra di quella stagione non va ricordata solo come “il Napoli di Bianchi” o “il Napoli di Maradona””. L’ha sempre detto, Bianchi. Lo disse anche al Napolista: “Non vincemmo lo scudetto solo per Maradona. Più importanti collettivo e organizzazione”. Quel Napoli era una squadra, non un uomo solo.
La notte con Ferlaino in giro per Napoli
C’è un passaggio dell’intervista che restituisce la Napoli di quella notte meglio di qualsiasi documentario. Bianchi viveva in albergo e il giorno dello scudetto faticò a rientrare. “Una volta arrivato mi aspettavano per cena il direttore dell’albergo e qualche amico. Al tavolo a un certo punto si presentano il presidente Ferlaino e la moglie e lui mi dice: “Ma cosa fa qui? C’è una festa in tutta la città!””. Bianchi si lasciò convincere. “Sono andato in giro in macchina con loro. È stato come un assalto a Fort Apache, quel giorno ho fatto una sudata che ancora me la ricordo. Indescrivibile. Qualcosa che solo Napoli e i napoletani potevano regalare”. Lo raccontò anche al Napolista, quella notte del 10 maggio.
Su Conte, l’Inter e il Napoli di oggi
Bianchi alla Gazzetta parla anche dell’Inter di Inzaghi e del Napoli di Conte. E lo fa con il garbo di chi non vuole dare lezioni — “Dare buoni consigli è un errore, dare degli ottimi consigli è una tragedia”, cita un filosofo francese — ma dice la sua: “Al di là della bravura sua e della squadra, penso sia stato agevolato dal fatto che le altre a un certo momento hanno rallentato e non ha avuto più tanto il fiato sul collo in campionato. Poi in Coppa può far giocare le seconde linee che sono comunque valide e fresche”. E aggiunge un dato che chi segue il Napoli conosce bene: “L’Inter è abituata a vincere, quel mio Napoli no. Era un’altra cosa rispetto al Napoli di ora che non è più una squadra che deve aspettare cinquant’anni per vincere”.
È una frase che dice molto. Bianchi ha sempre sostenuto che difendere lo scudetto a Napoli è più difficile, ma riconosce che il Napoli di oggi è un club diverso da quello che trovò lui. È una big da anni, non più una provinciale che sogna. E questo, paradossalmente, rende il lavoro di Conte meno eroico e più gestibile di quello che fu il suo nel 1987. Anche se il mestiere resta lo stesso: “Sdrammatizzare quando è in corso un dramma e drammatizzare quando il cielo è troppo sereno. A volte fa bene far apparire una burrasca pur di tenere tutti sul pezzo”. Come quella faccia dura nello spogliatoio dopo lo scudetto. Bianchi è arrivato a farsi odiare da Maradona pur di non perdere il controllo. Non tutti gli allenatori possono dire lo stesso.