Ottavio Bianchi, uno schivo piacevole che a Napoli si portò una civetta

Settant’anni oggi, 6 ottobre, per l’orso bresciano con bella casa a Bergamo Alta, ma oggi Ottavio Bianchi non è più orso, ma persona piacevole, un po’ british, che va a caccia e gioca al golf. Piacevole era anche ai tempi duri di Napoli quando, da allenatore, doveva domare il vulcano azzurro perennemente in attività. Lontano dai taccuini e dalle telecamere, Ottavio era di un humour finissimo.
Ferlaino lo licenziò da giocatore a 28 anni e lo assunse da allenatore a 42 (voluto da Allodi e Marino). Ottavio tornò a Napoli quattordici anni dopo il litigio all’Hotel Baglioni di Firenze con Ferlaino per una confusa situazione sul premio-classifica. Era il sindacalista della squadra, Ferlaino lo cedette all’Atalanta. Tornò nel 1995 e disse: “Il feeling con Napoli è rimasto uguale. Non è cambiato niente: stesso presidente, stesso massaggiatore, stesso magazziniere”.
Serio e impegnato da giocatore, serissimo da allenatore. Disse: “A Como dovevo fare l’incendiario, a Napoli devo fare il pompiere”. Conosceva bene la città e il calcio. “Bisogna avere la forza di non lasciarsi trascinare da entrambi”. Ironico, aggiunse: “Io sono solo il signor Bianchi. Da mio padre ho avuto un cognome anonimo che mi calza a pennello”.
Lontano dal campo, era una persona deliziosa, allegra e ironica. Un uomo sincero e leale, con gli occhi azzurri. Indifferente alle illusioni del mondo del pallone, ai suoi valzer e agli umori, ai trionfi e alle sconfitte, agli applausi e ai fischi, “perché tutto è nel conto”, diceva, fu un allenatore di ghiaccio. Lo battezzammo in tanti modi. Orso. Martello. Antipatico. Musone. Maradona rivelò un dettaglio curioso: “Bianchi ride se siamo tutti seri, fa il serio se ridiamo tutti”. Un sottile gioco d’equilibrio.
Aveva giocato un calcio semplice, insegnò un calcio altrettanto semplice. “Nessuno inventa niente, italiani e stranieri. Si adatta, si migliora, si mettono le individualità in condizioni di esprimersi al meglio. Il resto sono amenità”.
Bianchi ha guidato il Napoli in 149 partite di campionato (73 vittorie, 50 pareggi, 26 sconfitte), in 45 gare di Coppa Italia (33 vittorie, 5 pareggi, 7 sconfitte), in 14 match di coppe europee (7 vittorie, 4 pareggi, 3 sconfitte). E’ stato l’allenatore del primo scudetto, di una Coppa Italia e della Coppa Uefa, il massimo trofeo internazionale nella storia del Napoli. Nessun allenatore, a Napoli, ha vinto quanto Bianchi.
D’accordo, era la squadra di Maradona. Ma non fu facile. Ci voleva molto ghiaccio sul vulcano napoletano infuocato dalle gesta del pibe. Ottavio disse: “Il cuore è una bella cosa, ma si vince col cervello”. Al secondo anno, cacciò dal ritiro di Lodrone Eleonora Vallone, showgirl troppo invadente. A metà stagione, dopo avere fatto il massimo in Coppa Italia e perduto solo a Tolosa (ai rigori), la prima sconfitta in sei mesi, si dimise per le voci sul cambio della panchina azzurra, accusato anche di volere andare al Milan. Ad Ascoli, nell’ultima giornata, con lo scudetto già vinto, i giocatori intonarono il canto “te ne vaje o no, te ne vaje si o no”. Aveva lasciato il campo prima della fine della partita (1-1). Il pareggio condannò alla retrocessione il Brescia e l’Atalanta, le squadre delle sue città. Non gradì. I giocatori dissero: “Ma lo sa che abbiamo vinto lo scudetto?”. Chiarì con Ferlaino e si impegnò a restare ancora per un anno.
Il giorno dello scudetto al “San Paolo” scomparve in un rifugio segreto, felice e solitario. Ma apparve, senza sbracciarsi, alla festa che la Rai dedicò alla squadra con Tullio De Piscopo che saltava sui suoi celebri tamburi, la voce di Pino Daniele aspra e struggente, gli acuti di miele di Teresa De Sio e il rock vesuviano dei fratelli Bennato.
Dopo lo scudetto, vinse la Coppa Italia. Disse: “Ci pronosticavano al quinto posto. Romano ci ha permesso una soluzione idonea per la manovra”. Lo accusavano di fare il catenaccio. Spiegò: “Con Maradona avanti, dove può creare guasti come nessuno, c’è bisogno che altri si sacrifichino per tenere i collegamenti. Le mie squadre si difendono a metà campo e il Napoli è la squadra che segna più di tutti”.
Dalla rivolta del maggio 1988, uscì vincitore. Confermato alla guida del Napoli, licenziati i quattro giocatori alla testa della ribellione (Garella, Giordano, Ferrario e Bagni). Asserivano che non c’era rapporto fra la squadra e l’allenatore. Dall’Argentina Maradona protestò: “Bianchi mi deve spiegare perché alcuni miei compagni sono stati liquidati”. Il tecnico rispose a muso duro: “A Maradona non devo spiegare nulla. E, poi, mi chiami signor Bianchi”. L’altro replicò: “Se c’è ancora Bianchi non torno”. Rispose Bianchi: “Potrà licenziarmi quando diventerà presidente del Napoli”. Il bisticcio fu composto con una stretta di mano a Lodrone. Ma i battibecchi continuarono. Stima ufficiale, insofferenza sottopelle.
Il 21 aprile 1989 Bianchi rivelò di avere chiesto a Ferlaino la rescissione del contratto che lo legava al Napoli fino a giugno 1990. “O allena il Napoli o resta fermo” fu la risposta di Ferlaino. La rottura, ormai, era evidente. Bianchi disse: “Non ci sono motivi particolari, ma ritengo chiuso il mio ciclo a Napoli”. La società fece sapere: “Bianchi allenerà il Napoli anche contro la sua volontà, ha tutta la nostra fiducia”. Contemporaneamente, il Napoli “bloccò” Bigon. Bianchi fece sapere di essere richiesto dalla Roma. Annunciò: “Vinciamo la Coppa Uefa e vado via”.
Alla terzultima giornata, ad Ascoli, col Napoli sotto 0-2 senza Maradona, sostituì Careca col portiere di riserva Di Fusco a undici minuti dalla fine. Ormai, era un conflitto insanabile. Dopo quattro anni, Bianchi lasciò il Napoli rimanendo inattivo per una stagione. “Un disoccupato pagato” disse, stipendiato a vuoto dal Napoli. Impiegò il tempo libero andando a caccia di starne (aveva cominciato a farlo nel ’74 a Cagliari, incoraggiato da Domenghini) e migliorando nella pesca delle trote. D’estate, alla Maddalena, a fare il subacqueo: il suo terzo hobby. E le passeggiate con Zico, un setter di taglia piccola.
Lanciò Ciro Ferrara, “un ragazzo straordinario, il futuro del calcio”. Dette spazio a Volpecina e Carannante, ragazzi di casa, e a Ciro Muro piccolo bomber napoletano. Il suo giocatore preferito fu Bagni. Forse si rivedeva in lui.
Ferlaino lo richiamò in panchina nel 1992 e salvò il Napoli dalla retrocessione (terzultimo dopo 9 giornate con Ranieri). Concluse la sua esperienza napoletana con due anni da dirigente: 1993-94, chiamando Lippi sulla panchina azzurra; 1996-97 scegliendo Simoni.
Da giocatore arrivò al Napoli dal Brescia nel 1966. Stempiato, grossi polpacci, grinta e lealtà, giocava da mediano, forte incontrista e abile nelle proiezioni offensive, buon tiratore. Per la grinta fu paragonato all’arcigno mediano britannico Stiles. Un paragone che non soddisfaceva Bianchi che aggiungeva: “Ma sono anche un po’ Beckenbauer perché faccio gol e ho un’ottima visione di gioco”.
Aveva 23 anni. Il suo ambientamento al sud non fu facile. Di carattere schivo, mal si adattava agli esagerati entusiasmi napoletani. Per giunta, al secondo anno, fu vittima di un grosso infortunio. Ma si sciolse a poco a poco. Amante della caccia, andava a soddisfare il suo hobby a Castelvolturno. Per la caccia alle allodole s’era portata da Brescia una civetta che teneva in bagno. Quando ebbe bisogno di un idraulico, l’uomo scappò spaventato perché aveva visto la civetta. “Porta male” disse l’idraulico. A caccia, Bianchi ci andava spesso con Sormani.
Disputò in maglia azzurra cinque campionati, dal 1966 al 1971, con 109 presenze e 14 gol, un bottino ragguardevole. Spesso segnava gol decisivi. Era l’anima sindacale dello spogliatoio. Nell’anno del terzo posto (1970-71) ci fu una discussione per il premio di classifica. Ferlaino l’aveva fissato per una certa cifra sottoscrivendola su un foglio di carta che Panzanato nascose perché i giocatori pretesero un premio più alto asserendo che così era stato fissato dal presidente. Bianchi, ignaro del foglio di carta, prese le parti dei giocatori litigando con Ferlaino. Fu ceduto a fine stagione all’Atalanta.
MIMMO CARRATELLI

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