Non è la squadra ora a chiedersi se sta accompagnando un morto?
È stato il trionfo del sarrismo capovolto, un ritorno all'antico fatto di catenaccio e contropiede che avrebbe fatto sorridere il "Paron" Nereo Rocco

Dc Napoli 18/04/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Lazio / foto Domenico Cippitelli/Image Sport nella foto: Antonio Conte
Non è la squadra ora a chiedersi se sta accompagnando un morto?
Si dice che il calcio sia l’unica religione che non ha atei, ma a guardare il Napoli di oggi, in questo crepuscolo delle diciotto che sapeva già di resa, viene voglia di farsi sbattezzare. Meritavamo un finale dignitoso, se non altro per rispetto alla letteratura del pallone e a quel pezzo di stoffa azzurra che ha visto tempi migliori e uomini più integri, perché le motivazioni sono il pane, d’accordo, ma la dignità resta l’acqua: e oggi l’acqua era ghiacciata. Abbiamo assistito a un naufragio lento, cerimonioso, quasi pigro, col Napoli sceso in campo col ritmo di chi sta decidendo se ordinare un’impepata di cozze o un fritto di paranza, mentre la Lazio giocava la partita della vita con la bava alla bocca. È stato il trionfo del sarrismo capovolto, un ritorno all’antico fatto di catenaccio e contropiede che avrebbe fatto sorridere il “Paron” Nereo Rocco, il quale amava ricordare come fossero tutti olandesi fino al giorno prima della partita, per poi rintanarsi a difendere l’uscio di casa al primo soffio di vento.
Il Napoli, invece, non è mai entrato in campo, limitandosi a un Subbuteo senza anima dove i quattro di centrocampo si pestavano i piedi come invitati imbarazzati a un ballo di debuttanti, senza mai dare un cambio di passo. Dopo soli sei minuti è arrivato il primo gol da polli, una di quelle distrazioni che una volta si chiamavano domenicali e che oggi sanno di svogliatezza pura. Nemmeno il rigore parato da Milinkovic-Savic a Zaccagni ha scosso i sonnambuli azzurri, impegnati a collezionare inutili calci d’angolo come fossero figurine di un album già completato, senza mai calciare in porta. Nella ripresa il solito mistero buffo: entra Alisson Santos, uno che ha il fuoco nelle gambe e che ci si chiede, con l’insistenza di chi aspetta un treno in ritardo, perché non parta mai dal primo minuto. Ha scheggiato un palo, poverino, ma solo dopo aver incassato il raddoppio in contropiede da Basic, un altro schiaffo preso da scolari distratti.
Resta da capire cosa passi per la testa di Antonio Conte, l’uomo della provvidenza che sembra aver smarrito la bussola proprio sul più bello: viene il dubbio che dopo la lezione di Parma non abbia fatto tesoro di quella dannosa densità a centrocampo, un ingorgo di uomini che produce solo fumo e niente arrosto. Ed ora ci tocca in auto, ascoltare alla radio i giornalisti con la sindrome di Coverciano disquisire di tattica, tecnica, braccetti e braccioli, con il seguito di tifosi di pancia che si accaniscono a incalzare la fuffa. Il Napoli ha decisamente mollato l’osso ed è un peccato non accorgersi che dietro le altre corrono, e corrono forte. Se è vero che la Champions è in cassaforte, è altrettanto vero che nel calcio le serrature si forzano facilmente e farsi agganciare persino dalla Juventus, in un finale di stagione che doveva essere una passerella, suonerebbe come un affronto, una macchia indelebile, un vero fallimento. Si può perdere, ci mancherebbe, ma c’è modo e modo. Ed oggi è stato davvero brutto assistere a una squadra scarica che si è sciolta davanti a un pubblico immenso che l’ha sostenuta persino al fischio finale. Dopo 495 giorni, viene violato il Maradona, ed ora? Di chi sarà la colpa se non siamo stati capaci di registrare nient’altro che uno zero alla casella dei tiri in porta? Non è che adesso è la squadra a chiedersi se sta accompagnando un morto?