Il bel gioco è un lusso che non si traduce in risultati. Chiedere a Fabregas
Su Repubblica Crosetti smonta il paradosso dei giochisti: il Como ha riempito gli occhi per mesi, poi quando bisognava stringere l'estetica è andata a farsi friggere.

Mg Como 15/03/2026 - campionato di calcio serie A / Como-Roma / foto Matteo Gribaudi/Image Sport nella foto: Cesc Fabregas
Maurizio Crosetti su Repubblica scrive una cosa che qui ripetiamo da anni e che il calcio italiano finge di non sapere: c’è un gioco solo, e si chiama risultato. Lo scrive commentando le semifinali di Coppa Italia, con la finale Inter-Lazio e soprattutto con l’assenza del Como di Fabregas, ancora una volta fermato sul più bello.
“È il paradosso dei giochisti”, scrive Crosetti: “In inverno si parla soltanto di loro, tutto bene fino ad aprile, poi bisogna stringere e l’estetica va a farsi friggere”. Il Como è stato “il bisillabo più pronunciato negli ultimi mesi, più di Inter, Milan, Juve. Ha riempito gli occhi, poi ha smesso”. Contro l’Inter, tra campionato e Coppa Italia, il brillante Cesc si è preso appena un punto, con uno zero a zero che Crosetti definisce “inerte e insapore: il colmo del Como”.
Il narcisismo del bel gioco: quando l’estetica diventa un alibi
È una questione che abbiamo posto tante volte: il calcio che piace e perde è davvero estetica o è narcisismo? Crosetti non usa la parola narcisismo, ma il concetto è lo stesso. Il Como ha «denari indonesiani, tattiche catalane e intuizioni non tanto italiane», sa muoversi sul mercato, ha un vivaio interessante. Fabregas, scrive, “è stato il tecnico rivelazione, allena la squadra più interessante della A, quella che guardano per divertimento anche i tifosi delle altre formazioni. Poi, però, quando è ora di divertirsi davvero sono gli avversari a farlo”.
Crosetti non risparmia neanche il carattere: “Cesc non è simpatico, ai colleghi specialmente. È litigioso e pieno di sé. Ora si è appena paragonato a Klopp, calma ragazzo”. Lo stesso Fabregas che dopo una sconfitta parlò di risultatismo che piace tanto in Italia, come se vincere fosse una colpa e perdere con stile un merito. Il posto in Champions è forse svanito, l’Europa League va difesa, e la Conference — che per un club che non ha mai giocato in Europa sarebbe storica — viene già percepita come una delusione.
Allegri, Chivu, Mourinho: chi vince ha sempre ragione
Poi Crosetti allarga il campo e smonta definitivamente la retorica del bel gioco con tre esempi. L’Inter di Inzaghi era più bella di quella di Chivu, “eppure l’anno scorso ha corso per tutto ma non ha vinto niente”. Chivu, il calimero rumeno, si è preso lo scudetto e punta la Coppa Italia per una doppietta rara. L’Inter di Mourinho arrivò in finale di Champions “parcheggiando i famosi autobus davanti alla porta”, ma quel trofeo lo portò a Milano. E chiude con Allegri: “Ha ragione, ci sono le categorie”. Lo stesso Allegri che poche settimane fa ha scavalcato il Napoli dicendo che a fine stagione il risultato va oltre il bel gioco.
La semifinale Fiorentina-Lazio, scrive Crosetti, è stata “piacevole e frizzante, soprattutto libera”, decisa ai rigori. E il marpione Sarri “avrà pensato che il risultato è sempre un bellissimo gioco”. Una chiusa perfetta, che sintetizza tutto: il risultato non è il contrario del bel gioco. Il risultato è il bel gioco. È l’unico gioco che alla fine conta. Come scrisse il Guardian, anche le vittorie sporche e le risse in area sono bel gioco: il calcio è sempre stato così, doloroso e pragmatico. Chi non lo accetta, finisce come il Como: bellissimo da vedere, impossibile da ricordare a fine stagione.