I fischi del Bernabeu sono ormai un cliché, e spiegano bene quanto i tifosi di oggi capiscano poco di calcio
L'analisi del Paìs alla contestazione perenne che si vive a Madrid, soprattutto contro Vinicius. A che fare con le aspettative sempre eccessive, ormai ridondanti

Pre Madrid 25/02/2026 - Champions League / Real Madrid-Benfica / foto Pressinphoto/Image Sport nella foto: Alvaro Arbeloa
Il paradosso del Bernabéu è questo: un club, il Real Madrid, che ha trasformato la vittoria in ideologia, che ha costruito un’intera cosmologia attorno all’idea di essere il più grande, finisce per applicare ai propri giocatori gli stessi standard che usa per giudicare il mondo. E il mondo, di questi tempi, non se la passa benissimo. El Paìs ci spiega che quella della fischi al Bernabéu una vera e propria strategia della tensione.
Perché se la Liga è corrotta, se le eliminazioni europee sono opera di arbitri compiacenti e non di avversari migliori, e se il Mondiale per club è stato affossato da qualche dirigente di federazione che si rifiutava di spostare il calendario come si sposta un pranzo di lavoro, allora la domanda logica è: perché i fischi? A chi servono, in un universo in cui le sconfitte hanno sempre un responsabile esterno già identificato? La risposta è che il Bernabéu non è mai stato un posto per le narrazioni consolatorie. È uno stadio che mente malvolentieri, anche a se stesso.
La storia insegna. Zidane è stato fischiato. Makelele applaudito. Redondo ha rischiato la panchina perché mezza curva era convinta che il destino di quel Real Madrid appartenesse a Luis Milla – Luis Milla… non Platini, non Cruyff: Milla. Il punto è che il Bernabéu non è mai stato un santuario dell’applauso facile: è piuttosto un luogo dove l’entusiasmo si trasforma in aspettativa, l’aspettativa in pretesa, e la pretesa in qualcosa che somiglia pericolosamente a un processo sommario. Raul è stato fischiato. Casillas è stato fischiato. Sergio Ramos, Del Bosque. Tutti. Un giorno – scrive El Paìs – con i maxischermi a 360° già installati, il Bernabéu fischierà probabilmente se stesso, e sarà l’atto più coerente della sua storia.
La teoria del complotto da macchinetta del caffè, come la chiama il giornale spagnolo, quella su Negreira, sugli arbitri, sulle trame oscure, funziona perfettamente finché non si entra in uno stadio. Fuori dallo stadio tutto è plausibile, ma dentro, quando l’azione scorre e l’orgoglio è a nudo, le cortine fumogene cedono. Non per lucidità analitica, per istinto. Un tifoso non ha bisogno di capire i meccanismi del potere calcistico: ha bisogno di sentire che la sua squadra vuole vincere quanto lui vuole che vinca.
Tutti contro Vinicius
Ora è Vinicius il ricettacolo di questa frustrazione. I motivi si accumulano con la logica caotica delle crisi collettive. C’è l’affronto a Xabi Alonso in televisione, C’è lo stile di vita, gli eccessi, la teatralità permanente. E c’è, soprattutto, la memoria: quella di un giocatore che nei momenti bui si caricava la squadra sulle spalle e in primavera si trasformava in qualcosa di leggendario. Quella versione di Vinicius non è più visibile, o almeno non lo è abbastanza spesso da soddisfare un pubblico abituato a sopravvivere solo sulle grandi narrazioni.
Il Bernabéu non fischia per cattiveria, né per abitudine. Fischia perché non sa fare altro quando la realtà non corrisponde all’immagine che ha di sé. È uno stadio che si è convinto di meritare solo il sublime, conclude El Paìs, e quando il sublime non arriva, reagisce come reagisce chiunque a cui venga negato ciò che ritiene dovuto. Con una rabbia che non è necessariamente sbagliata, ma che spesso colpisce le persone sbagliate, nel momento sbagliato, per le ragioni parzialmente sbagliate. Il che, in fondo, è anche una buona definizione di cosa significa essere tifosi.