Oggi non si sa cosa sia il direttore sportivo, la vera regia dei club si è spostata altrove
Da Repubblica. Oggi il d.s. è una figura in crisi: viene chiamato "chief of football" ma alla fine il mercato lo fanno i presidenti, gli allenatori, i data analyst. È più esposto e meno incisivo

Roma 08/07/2019- presentazione nuovo allenatore A.S. Roma / foto Insidefoto/Image Sport nella foto: Gianluca Petrachi
Il direttore sportivo, figura fantasmica del calcio moderno, oggi ha mansioni che praticamente investono il tutto e il niente. Ne parla oggi Repubblica, che spiega apertamente la crisi di identità dell’homo d.s., una categoria incomprensibile. Fa dichiarazioni pre e post-partita, sappiamo che è il preposto a lamentarsi per i torti arbitrali per dare un “segnale” (a chi poi, verrebbe da chiedersi, dato che mala tempora currunt) che forse fa il mercato insieme a presidente, agenti, procuratori, allenatore, staff sanitario e sportivo. Probabilmente chiama le famiglie dei calciatori da acquistare per presentare loro la città: qui si mangia bene la pizza, lì il clima non è fantastico però ti assicuro che ci sono bei centri commerciali. Ad ogni modo, si tratta di una figura un tempo importante oggi andata un po’ in crisi. Alla Juventus per esempio non si capisce chi faccia cosa.
E infatti il punto è proprio questo: le etichette cambiano più velocemente delle funzioni. Damien Comolli, per dire, non è un direttore sportivo nel senso classico del termine, ma una sorta di “presidente dell’area football”, uno che supervisiona tutto (e quindi niente?) : strategia, modello sportivo, sostenibilità economica, rapporti con la proprietà. Più vicino a un amministratore delegato. Marco Ottolini, invece, è formalmente un “director of football” (al Genoa lo è stato, alla Juventus la definizione oscilla), cioè dovrebbe occuparsi più direttamente di costruzione della rosa, scouting, trattative. Ma anche qui: dovrebbe. Perché poi c’è l’allenatore, c’è la proprietà, ci sono i consulenti, gli advisor, i data analyst e la linea si perde.
Direttore sportivo, ma chi è? Cosa fa?
La Repubblica scrive che la figura del direttore sportivo nel calcio contemporaneo è attraversata da una profonda crisi di identità, tanto da risultare sempre più difficile da definire perfino nei suoi contorni formali. Non è un caso, osserva il giornale, che oggi sul biglietto da visita compaiano diciture come “chief of football” (che significa? ndr). In pratica, suggerisce Repubblica, la sua centralità si è progressivamente svuotata, lasciando spazio a un ruolo sempre più indefinito.
Il quotidiano sottolinea come un tempo i direttori sportivi lavorassero nell’ombra, incidendo realmente sulle scelte mentre oggi accade quasi l’opposto: appaiono di più ma contano di meno. Ne deriva una figura esposta, spesso contraddittoria, che può essere promossa, affiancata o delegittimata a seconda degli equilibri interni. In questo contesto, anche il rapporto con l’allenatore diventa instabile (e il caso Ranieri-Gasperini ne è una testimonianza): c’è chi lo sceglie e viene esonerato insieme a lui, chi non lo sceglie e finisce comunque travolto dalle sue decisioni.
Repubblica richiama poi una trasformazione più ampia del sistema: se un tempo i ds più celebrati erano quelli capaci di costruire valore attraverso il mercato – gli “artigiani delle plusvalenze” – oggi anche figure di alto profilo come Giovanni Sartori o Pantaleo Corvino si ritrovano a occupare ruoli diversi. La vera regia, infatti, si è spostata sempre più verso le proprietà, che disegnano gli organigrammi a distanza e, soprattutto, tendono a legarsi direttamente agli allenatori. Che decidono più di ogni altro.
Il risultato, conclude implicitamente il giornale, è una figura sempre più schiacciata tra area tecnica, area gestionale ed ego presidenziale, al punto da rendere legittima una domanda di fondo: quale spazio occupa davvero oggi un direttore sportivo? Cosa fa? Chi è?