Ancelotti: “Il Brasile è l’unica Nazionale che tutti amano, a me piaceva anche dopo la finale del ’70 vinta con l’Italia”

A L'Equipe: "Non è mai stato il mio obiettivo essere il numero uno. Voglio solo lavorare e aiutare il Brasile a vincere il Mondiale".

Brazil's national football team coach Italian Carlo Ancelotti gestures during a press conference to announce the squad for the international friendlies against France and Croatia in Rio de Janeiro, Brazil on March 16, 2026. Pablo PORCIUNCULA / AFP

Carlo Ancelotti, ct della Nazionale brasiliana, ha rilasciato un’intervista a L’Equipe in cui ha parlato delle sue abitudini con i giocatori ora che è in un altro ruolo, e del prossimo Mondiale.

L’intervista ad Ancelotti

Lei ha sempre coltivato una sorta di amicizia con i suoi giocatori. Come si fa ora che li vede solo ogni due o tre mesi?

È vero che è un po’ diverso rispetto a quando li vedevo tutti i giorni. Devo adattarmi a questo nuovo ritmo. Ma abbiamo strumenti che ci permettono di costruire e mantenere buoni rapporti con loro. È importante avere una relazione costante con i miei giocatori, per sapere come stanno, come si sentono, fisicamente e mentalmente. Il mio lavoro però è cambiato: ora è molto più basato sull’osservazione e sulla valutazione, e passiamo meno tempo insieme. Forse è meno stressante“.

Che cosa l’ha colpita di più nei suoi viaggi a Porto Alegre, Salvador de Bahia o Belo Horizonte?

Di tutti i miei viaggi, ciò che mi ha sorpreso di più è stato il carnevale. Ho scoperto quello di Salvador e quello di Rio. È qualcosa di davvero speciale, che rappresenta bene il modo di essere del popolo brasiliano. Sono gioiosi, amano festeggiare, ma sono anche molto coraggiosi, pazienti e professionali, perché tutto è fatto con grande cura. Mi ha davvero colpito vedere questo. Lo fanno con il cuore, ed è esattamente ciò che voglio vedere nella Nazionale: gioia, entusiasmo, responsabilità e anche sacrificio“.

Qual è stato il suo primo contatto o ricordo del Brasile? Il Mondiale del 1970?

Sì, la prima immagine che mi viene in mente è la finale contro l’Italia (4-1). Avevo 11 anni e fu allora che scoprii questo giocatore così speciale: Pelé. Il più grande di tutti i tempi. Ho sofferto nel vedere la mia Italia perdere così nettamente in finale. Ma non ce l’avevo con i brasiliani. Mi piacevano! Come si può non amare una squadra del genere? Il Brasile ha sempre avuto grandi talenti che piacciono ai tifosi di tutto il mondo. Ho l’impressione che sia l’unica Nazionale che tutti amano“.

Quando era giocatore, alla Roma, ha poi conosciuto due brasiliani: Falcao e poi Cerezo…

Ho iniziato con il meglio che c’era. Falcao era un fenomeno, di grandissimo talento. È diventato un esempio perché era molto professionale in allenamento, lavorava duramente. Anche Cerezo era dello stesso livello. Avevano quella gioia di vivere contagiosa, era impossibile non ridere con loro. Poi ne ho allenati tanti“.

In Europa alcuni pensano che i brasiliani siano troppo fragili emotivamente…

No, non sono d’accordo. Non li incoraggio, ma soprattutto non impedisco loro di mostrare le emozioni. È bello vedere un giocatore piangere durante gli inni. A me emoziona e non lo considero una debolezza“.

Il ct: “Neymar ha due mesi di tempo per provare a giocare il Mondiale”

Come fa a restare al passo con i suoi giocatori?

Mi adatto. È una delle qualità principali di un allenatore. Bisogna adattarsi alla mentalità di chi non appartiene alla tua generazione. È una sorta di adattamento continuo. Ogni giocatore ha un ego diverso, quindi mi comporto in modo leggermente diverso con uno come Zlatan, Vinicius. Ma non c’è nulla di male ad avere molto ego. Non mi dà fastidio. Non è un difetto, è una caratteristica“.

Dice spesso che i giocatori più grandi sono anche i più semplici. È vero?

Assolutamente! Più sono forti, più sono umili. La lista è lunga. A cominciare da Paolo Maldini“.

Con le sue cinque Champions League, le manca solo una Coppa del Mondo per diventare il migliore di sempre, davanti a gente come Zagallo, Ferguson o Guardiola…

Non è il mio obiettivo essere considerato il numero uno. Il mio obiettivo è lavorare e aiutare il Brasile a vincere il Mondiale 2026. Questo è il mio unico obiettivo. È una grande opportunità per me. È la prima volta che alleno una Nazionale, è la prima volta nella storia che il Brasile sceglie un allenatore straniero, quindi la responsabilità è enorme“.

Da quando è arrivato, il nome che ha sentito più spesso in conferenza è quello di Neymar. Le dà fastidio?

No, non mi dà fastidio. Neymar ha fatto e continua a fare la storia del calcio brasiliano. È un grande talento ed è normale che la gente pensi che possa aiutarci a vincere il prossimo Mondiale. Attualmente è sotto osservazione dalla Federazione brasiliana e mia, e ha ancora due mesi per dimostrare di avere le qualità per giocare il prossimo Mondiale“.

Il Napolista è un giornale on-line di opinione, nato nel 2010, che si occupa prevalentemente di calcio e di analizzare quel che avviene dentro e soprattutto attorno al Napoli.

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