E i bambini di Belfast? L’Irlanda del Nord non va ai Mondiali da 40 anni, che dovrebbero dire loro?
Ci scrive Seamus dall'Irlanda del Nord, scrive al Napolista e all'Irish News: ai bambini di Belfast non ci pensa nessuno? "L'Irlanda del Nord non va ai Mondiali dal 1986"

taly's coach Gian Piero Ventura sings Italy's natioal anthem prior the FIFA World Cup 2018 qualification football match between Italy and Sweden, on November 13, 2017 at the San Siro stadium in Milan. Miguel MEDINA / AFP
Dear mister Gallo, mi chiamo Seamus, vi scrivo da Belfast. Ho 39 anni. E no, non sono un bambino come quelli che vedo sulle prime pagine dei giornali italiani di stamattina. Ho una moglie, e due figli. Il più grande, Declan, gioca a calcio; l’altro no, gli piacciono le freccette, da grande dice che vuole diventare come Luke Littler.
Vi scrivo (a lei e al direttore dell’Irish News che ci legge in copia) per chiedervi: che vi ho fatto di male? Io e un paio di generazioni abbondanti di nordirlandesi che non hanno mai visto la loro nazionale ai Mondiali. Qui a Belfast aspettiamo la partita con l’Italia con una certa curiosità. Non tanto per la possibilità remota di passare il turno per andare a giocarci l’ultimo playoff per i Mondiali. Ma proprio perché ci affascina il dramma che state vivendo, lì da voi. Devo ammettere che stamattina l’appello della Gazzetta e del Corriere dello Sport mi ha commosso.
Ma mi chiedo: se i vostri figli sono così tormentati da questo vuoto sportivo, noialtri che dovremmo dire? Perché nessuno ci si fila? Sono quarant’anni che l’Irlanda del Nord non va ai Mondiali. E io lo so solo perché ogni tanto zio William, che oggi è anziano e non sempre mi riconosce, mi racconta di Jimmy Nicholl e Mal Donaghy, di David McCreery e Ian Stewart. Aveva i baffi, lui, nel 1986. Se li fece crescere perché faceva molto Messico, dice.
Sui social ho intercettato stamattina la grande mobilitazione per i poveri bambini italiani. Articoli commossi, editoriali accorati, appelli istituzionali. Tutto giusto, per carità. Sono un padre anche io. Ma che invidia. Da noi il Mondiale è una specie di leggenda orale, come il “Black Pig” dell’Ulster (non so quale sia il vostro corrispettivo, ho cercato su Google ma non credo che il maialino nero casertano sia così misterioso).
Ogni quattro anni per noi è sempre la solita routine: “quest’anno possiamo farcela”; pareggio eroico contro squadra X; sconfitta dolorosa; eliminazione; scelta di una squadra simpatica da tifare altrimenti. Per quaranta anni. Per noi il Mondiale non è storia, è archeologia.
Non chiedo niente, sia chiaro. Non pretendo editoriali a tutta pagina. Magari una riga sul Napolista, da voi in Italia: “Un pensiero va anche ai ragazzi di Belfast, che aspettano dal 1986”. Ecco.
Con affetto e rassegnazione,
your Seamus











