Schwazer: «Gli errori che ho fatto da ragazzino immaturo li ho pagati. Il resto è stata una macchinazione»

Al Giornale: «La marcia oggi è il mio hobby. Il mio sogno era fare il prologo fuori competizione al Giro d’Italia. Ora ho cominciato a collaborare con il Südtirol come consulente dei preparatori atletici».

Schwazer

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Il marciatore Alex Schwazer, intervistato da Il Giornale, ha parlato della sua nuova avventura nel mondo del calcio e della sua carriera.

L’intervista a Schwazer

Cosa c’è dopo il traguardo?

«C’è il successivo, anche se oggi i miei traguardi sono un po’ cambiati. Non ambisco più a vincere una gara o una medaglia, ma c’è la curiosità del miglioramento. Qualche tempo fa avevo l’obiettivo di Parigi, oggi c’è il desiderio di conoscenza e di comprensione scientifica».

Niente Los Angeles?

«Assolutamente no. La marcia oggi è il mio hobby e si deve adeguare al mio lavoro, alla mia famiglia, non viceversa».

Oggi ha come preparatore Pozzovivo, ex corridore professionista:

«Piccolo preambolo: nello sport, in particolare nel ciclismo, c’è tanta interdisciplinarietà. Io ho solo avuto un allenatore della marcia: Sandro Damilano. Quelli che sono arrivati successivamente non avevano nulla a che fare con la marcia. Chiaro che mi circondo di persone preparate, ma io amo le persone che sono capaci di esplorare e mettersi in gioco con me. Dopo tanti anni, potrei prepararmi da solo, ma con Domenico, così come con Sandro Donati, ho sempre cercato esperienze nuove. Nuove soluzioni».

Lei oggi allena…

«Da marzo dello scorso anno sono responsabile di uno sport club al Palace di Merano, dove grazie ad uno staff composto da ragazzi eccezionali facciamo valutazioni di vari tipi: test posturali, biomeccanici e via elencando. E poi ho incominciato a collaborare nel mondo del calcio, in serie B, con il Südtirol. Sono consulente dei due preparatori atletici con l’obiettivo di migliorare tutto quello che riguarda la corsa. Quello che io ho chiesto a Pozzovivo, il Südtirol l’ha chiesto a me. Contaminazione di conoscenze, integrazione di esperienze, commistione di storie».

Quando pensa di tornare in gara?

«Se tutto va come deve andare, a marzo. Dove, non lo so ancora».

Lei ha corso anche in bicicletta…

«A 18 anni volevo smettere di correre la marcia perché mi squalificavano sempre. Nessuno mi aveva insegnato a correre la marcia. Ero sgraziato. Marciavo di forza. La parte alta del mio corpo non era rilassata e questo dava l’impressione più in generale che nello specifico io marciassi male. Il mio allenatore era Ladurner, e mi consigliò di proseguire con uno sport di resistenza e io nel 2003, essendo un grande appassionato, ho scelto il ciclismo. Ho corso con la Egidio Unidelta, per tutta la stagione. Da Vipiteno andavo a Trento e mi venivano a prendere tutte le domeniche. Io facevo fatica a stare in gruppo per la paura. Non ha idea di quante cadute ho fatto e provocato: ero un pericolo pubblico, ma la passione per il ciclismo mi è rimasta dentro ancora oggi».

Quante volte pensa al buio della squalifica?

«Ne parlo con la consapevolezza di aver lottato con tutte le mie forze per la verità. Io non ho mai mollato di un millimetro e non ho rimpianti. Gli errori che ho fatto da ragazzino, giovane e immaturo, li ho pagati. Il resto è stata una macchinazione».

Dopo la luce di Pechino, il buio della depressione…

«Purtroppo sì, ma ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada il dottor Schwitzer, primario di psichiatria di Bressanone, che mi ha aperto un mondo. Lui mi ha salvato. Io oggi ho il piacere di fare fatica e se una cosa non me la sento di fare, non la faccio più».

Ha un sogno?

«Ce l’avevo. Fare il prologo fuori competizione al Giro d’Italia. Hermann Maier, il leggendario discesista austriaco, fece come apripista d’eccezione il prologo dell’edizione numero 100 Tour: sognavo di fare una cosa così. Oggi vorrei diventare qualcuno a livello professionale nel mondo del calcio. Questo è il mio gol».

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