L’Equipe celebra i 66 anni dalla morte di Fausto Coppi, in Italia l’anniversario è passato sotto silenzio
Reportage a Castellania dove il campionissimo è sepolto con il fratello Serse. Ai loro piedi, un’urna è colma di terra riportata dall’Izoard e dal Galibier. Il ricordo del funerale, il dolore di Bobet

Fausto Coppi refreshes himself on his arrival on July 4, 1952 after the climb of Alpe d'Huez and won the 10th stage, Lausanne-Alpe d'Huez, of the 1952 Tour de France. (Photo by AFP)
Ogni anno, a Castellania, centinaia di appassionati si ritrovano per rendere omaggio a Fausto Coppi, tra devozione, ricordi e folklore ciclistico. Il museo nella sua casa natale e le cerimonie del 2 gennaio mantengono viva la memoria del Campionissimo e del suo mito. La famiglia Coppi, con Marina e Faustino, custodisce ricordi intimi che raccontano il legame tra il campione e il suo pubblico. Tra fantasmi, aneddoti e terre conquistate, Coppi resta simbolo di sacrificio, passione e storia del ciclismo italiano. L’omaggio de L’Equipe.
Venerdì 2 gennaio si celebravano i 66 anni dalla scomparsa di Fausto Coppi. C’erano duecento pellegrini arrivati a Castellania per rendere omaggio al Campionissimo. Gli italiani non hanno eguali nel far vivere le loro icone, in un miscuglio di devozione e fanatismo bonario, folkloristico, un po’ stralunato.
«È bello vedere questa gente, il loro affetto consola, anche se non compensa mai la perdita», sussurra Marina la figlia di Coppi. «La memoria di mio padre è un pezzo della storia d’Italia. Il ciclismo della sua epoca ha rappresentato la rinascita del Paese, un esempio di sforzo e sacrificio. E poi, diciamolo: il ciclismo è l’unico sport che va in mezzo alla gente e solo per questo occupa un posto particolare. I campioni di una volta erano molto vicini al loro pubblico. Il fatto che mio padre sia morto così presto ha sicuramente contribuito a creare il suo ricordo, il suo mito».
Al momento del trasferimento della salma da Tortona a Castellania, nel gennaio 1960, i contadini uscirono sulla soglia di casa, in lacrime, per salutare il corteo funebre. Tutto il ciclismo si era spostato in Piemonte. Gino Bartali, il fratello d’armi, fu colto da un malore davanti alla salma, mentre Giulia Occhini, la “Dama Bianca”, l’amante di Coppi, «non era che un relitto folle di dolore», ricoverata per alcune ore per depressione nervosa, come aveva scritto Jean Bobet sulle colonne de L’Équipe. Suo fratello Louison (il fuoriclasse francese, ndr) era arrivato nel cuore di una notte gelida a Castellania per rendergli omaggio davanti alla bara. Davanti a un ritratto del fratello Serse, anch’egli tragicamente scomparso (per una caduta al Giro del Piemonte del 1951), il tre volte vincitore del Tour de France, in cravatta e cappotto scuro, aveva scoperto il volto sereno e cereo del suo rivale e amico, gli occhi aperti, fissi nella morte, e aveva pianto.
La bara era stata sigillata a piombo con la fiamma ossidrica, ma un’apertura era stata ricavata nella lastra di zinco e, per evitare la condensa, si era posata sul vetro una borsa dell’acqua calda di gomma. Bobet era andato a rendere omaggio alla “mamma” Angiolina, solida e fiera, seduta in cucina su un lettino, vicino alla stufa. Al mattino, migliaia di persone si erano radunate sulla collina, come nelle ore più belle sui passi del Tour o del Giro, e il corteo si era mosso, bara in testa, dietro un ritratto del 1953 di Coppi in maglia iridata.
Scrive ancore l’Equipe.
«Bisogna immaginarsi il 1919 qui, al momento della sua nascita, su queste terre molto povere, molto umide, molto fredde, lontane da tutto», raccontava venerdì Luca Gialanella. «Qui non c’era niente. È incredibile pensare che in questo luogo sperduto ci siano stati Serse e Fausto, ma anche Girardengo a Novi Ligure ed Ettore Milano, il gregario più vicino a Coppi, a Cassano Spinola».
Sulle alture di Castellania si sfila davanti alla tomba dove Fausto e Serse riposano insieme. Ai loro piedi, un’urna è colma di terra riportata dall’Izoard e dal Galibier, reliquia delle conquiste passate. I ricordi si mescolano e Marina Coppi, che aveva dodici anni quando suo padre morì, rievoca quando lui «la portava sul telaio della bicicletta per fare qualche giro». «Doveva piegarsi in avanti e io avevo pochissimo spazio, si appoggiava a me e io mi sentivo protetta», sorride. «La gente lo fermava e gli chiedeva autografi. Era famoso, ma per me era solo mio padre. Così ho iniziato a portare con me una penna e dei pezzetti di carta, per poter lasciare anch’io la mia firma alla gente».











