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I Redknapp raccontano Whitehurst “il giocatore più cattivo della storia”: «Oggi gli avversari piangerebbero»

Al Times. “Negli anni 80 tutte le squadre avevano un picchiatore. Ora è cambiato proprio lo sport, il modo di difendere. Whitehurst lasciava la palla agli avversari solo per poterli colpire e fargli male”

I Redknapp raccontano Whitehurst “il giocatore più cattivo della storia”: «Oggi gli avversari piangerebbero»

Il calcio di Harry e Jamie Redknapp non esiste più. Padre e figlio, due ex. Jamie oggi ha 51 anni, Harry 77. Hanno scritto un libro di ricordi, aneddoti, analisi. Ne parlano in una lunghissima intervista al Times. Nella quale, tra mille altre cose, raccontano di Billy Whitehurst. Uno che al confronto, Pasquale Bruno era un angioletto.

La cosa bella è che Harry da allenatore fa esordire il figlio proprio contro questo difensore dalla cattiveria leggendaria. Lo butta dentro e gli fa: “Stai lontano da quel lunatico di Billy Whitehurst”. Hull City contro Bournemouth, 13 gennaio 1990. Il Bournemouth stava vincendo comodamente, 4-1. Un buon momento per far esordire Jamie, a 16 anni.

Whitehurst è quello che una volta Tony Cascarino definì “il calciatore più duro di sempre”. Alan Hansen ha ammesso di aver avuto paura di lui; Martin Keown ha affermato che Whitehurst lasciava deliberatamente che gli avversari prendessero la palla, così da poterli colpire e fargli male. Ha detto che le cicatrici del loro primo incontro sono durate 18 mesi. E questo era il giocatore contro cui Harry aveva lanciato il figlio più giovane, al suo debutto.

Jamie racconta: “Ero affascinato da questo tizio, Whitehurst. Avevo sentito tanto parlare di lui. Stavano perdendo e lui era come un bollitore, che bolliva, bolliva, con il coperchio che ondeggiava sulla parte superiore. Pensavo: “Questo tizio è pazzo”, ma ero anche affascinato. Era un vero animale. Poi papà mi butta in campo. Il mio primo tocco di palla, lo sento, sta facendo questi rumori ringhianti come se mi stesse inseguendo. Quindi, veloce, la passo al nostro terzino sinistro, Paul Morrell, ma gliela do un po’ corta e Billy lo prende in pieno. Paul si incazza e vuole fare a botte, poi vede che è Billy e si caga addosso. L’abbiamo fatto tutti. Era la mia prima partita, e la prima cosa che ho fatto è stata una rissa da 20 uomini. Quella è stata la mia educazione”.

“Mick Tait, Mick Kennedy… mi ha fatto fuori in una partita a Luton e Tony Pulis ha detto, “Non preoccuparti, ci penso io”,  e così Kennedy viene portato via in barella. È così che hai imparato il mestiere. Ogni squadra aveva quel giocatore. Era come l’hockey su ghiaccio”.

“E Tommy Heffernan, il nostro terzino? Era un altro duro, Tommy. Il suo pezzo forte era colpire di testa una palla da cricket. Steve Perryman era con lui al Tottenham. Mi raccontava che Steve lanciava la palla da cricket e lui la colpiva di testa. Ero spaventato; anche la palla da cricket era spaventata”.

“Ma Whitehurst era un’altra cosa. Una sera siamo andati a Hull, abbiamo giocato contro di loro nella finale dell’Associate Members’ Cup. In cinque minuti, Whitehurst aveva tre giocatori a terra, tutti sdraiati ad angolazioni diverse come birilli. È entrato e li ha semplicemente schiacciati. Non c’erano abbastanza fisioterapisti per curarli tutti”.

“Penso spesso ai giocatori di oggi. Avrebbero pianto. Il coraggio è cambiato. Il coraggio ora è ricevere la palla a metà giro nella tua area, con le persone intorno a te. Quella roba da duri non esiste più. Se guardi il campionato, non c’è un singolo giocatore che farà pensare agli avversari: “Non ho voglia di affrontarlo oggi”, solo per motivi fisici. Certo, c’è ancora tempo e luogo per quel grande tackle che detta il ritmo come faceva Steven Gerrard, ma non credo che torneremo mai ai giorni di quelli che chiamavamo uomini duri. Non si tratta più di sporcarsi i pantaloncini, ma di come si legge la partita, come la si interpreta, di come si entra in possesso della palla in situazioni difficili. Si cerca di rubargliela, di intercettarla. Uno sport completamente diverso, davvero.”

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