Della crostata o anti-Arsenal, basta che sia un patto

Il dilagare del patto nello storytelling giornalistico: nel calcio ma non solo. Resta una domanda: perdono coloro i quali dimenticano di stringere patti? 

Della crostata o anti-Arsenal, basta che sia un patto

La vita è tutta un patto

O almeno così sembra. L’uso di questa parolina di cinque lettere, sembra ormai sfuggito di mano. Di certo ne è sfuggita l’utilizzo parco. Piace molto ai cosiddetti operatori dell’informazione. Piace ai giornalisti insomma. Sin dai tempi del patto della crostata. La famosa – per chi ama e segue la politica – cena organizzata nel 1997 a casa di Gianni Letta per salvare la Bicamerale. Cena a quattro: D’Alema, Marini, Fini e Berlusconi, in cui i commensali al termine gustarono una crostata appunto che, leggenda vuole, venne cucinata come le proprie mani dalla signora Letta. D’Alema si impegnò a non affondare sul conflitto d’interessi e Berlusconi a non far naufragare la Bicamerale. Non andò proprio nei termini del patto.

Meno storico è stato il patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi. Lo fu decisamente di più quello stipulato tra Molotov e Ribbentrop. 

Torniamo a noi. Nello storytelling calcistico il patto sta dilagando. Lo scorso anno l’intera stagione calcistica del Napoli venne monopolizzata dal patto scudetto, patto che venne siglato dai giocatori del Napoli e l’allenatore Maurizio Sarri. Patto che, col senno di poi, avrebbe fatto bene a siglare con la Juventus o quantomeno con Orsato.

I calciatori si riuniscono tutti i giorni

Ieri sera ai microfoni di Sky, Carlo Ancelotti si è mostrato nella versione che più preferisce: quella del tenente Colombo. Alla domanda sulla riunione dei giocatori nell’albergo di Verona – riunione che ovviamente sarebbe culminata nel patto anti-Arsenal – ha risposto candidamente – ovviamente candidamente alla Ancelotti che solo un incidente della storia ha evitato che diventasse uno dei già influenti ambasciatori della storia della diplomazia – che i calciatori si riuniscono tutti i giorni. 

Perché viene allora da porsi una domanda: le squadre che perdono, sono le squadre i cui componenti hanno dimenticato di stipulare un patto? Senza patto, non si cantano messe. 

La verità è che piace molto la narrazione enfatica. Cinematografica. Dell’incontro negli spogliatoio. Della riunione. Delle parole che toccano le corde giuste. E che poi cinematograficamente rimbombano nelle orecchie dei protagonista mentre la scena procede al rallentatore e lui sembra sul punto di crollare. 

E per certi versi è anche giusto così. La narrazione, l’epica, sono il sale del calcio. Certamente di più delle statistiche o del sapere se un giocatore ha avuto una precisione nei passaggi dell’85 o dell’87%. Il termine patto, o quantomeno il suo utilizzo, è certamente usurato. Magari, però, non è ancora logoro. 

Sarebbe bello risalire ai patti della storia. Per rimanere ad Ancelotti, i giocatori del Liverpool siglarono un patto tra il primo e il secondo tempo di quella finale di Champions? Chissà. 

Ogni tanto, forse, sarebbe interessante anche qualche contronarrazione. Siamo davvero così sicuri che l’armonia del gruppo sia alla base delle vittorie. “È un gruppo sano” ripete Ancelotti. E lo sarà. Ma hanno vinto anche gruppi non sani, malati, gravemente malati. In cui ci si odiava in maniera altrettanto sana. E l’unico patto che amavano stipulare era quello di non vedersi più per un tempo più lungo possibile. 

Nel 1984 ci fu il patto di Vietri sul Mare

Anche in passato il patto e i patti hanno avuto la loro influenza nel calcio, e anche nel Napoli. Nel 1984 ci fu il patto di Vietri sul Mare. Era il primo anno di Maradona. Bagni non lo sopportava. I due si ignoravano. Rino Marchesi portò la squadra in ritiro a Vietri. I due si chiarirono. Il Napoli navigava in zona retrocessione. La domenica successiva, con un freddo boia, si giocò Napoli-Udinese. E finì 4-3, su un terreno melmoso e ai limiti dell’impraticabilità, con la segatura gettata in area di rigore. Anni Ottanta. Fu la partita della svolta. A livello calcistico ma non solo. Nacque il sodalizio umano tra Bagni e Maradona, che tanto avrebbe fatto bene al Napoli. Tutto merito di un patto. Almeno così è stato raccontato.

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