La bella giocata è come la bella giornata di La Capria

La bellezza del gioco – o almeno un gioco -, esiste e ci fa divertire. Per un sentimento di giustizia si desidera la vittoria come lieto fine delle belle giocate

La bella giocata è come la bella giornata di La Capria
Foto di KontroLab

E come si fa a non parlarne? Io, caro direttore, sono cresciuto con l’Inter di Herrera, Mazzola che preferivo a Rivera, difensori come Burgnich e liberi come Picchi. E poi c’erano Facchetti terzino “fluidificante” e il Callejón dell’epoca che si chiamava Domenghini. Scuola italianissima, gusto dell’uno a zero e schedina del Totocalcio i tre totem del tifoso ai tempi della ricostruzione. Ma allora i presidenti erano benefattori e qualcuno arrivava a fare pure il sindaco, gli allenatori insegnavano ai propri giocatori come difendersi (e poi semmai ad attaccare), il pubblico invadeva il campo, quando il Mazzoleni di turno faceva le solite fesserie e c’era il siciliano e severo Lo Bello uomo solo al comando della partita.

Il “magico realismo”, che sa di pittura alla De Chirico, è l’ossimoro del calcio d’oggi. Precisione degli oggetti e dei suoi contorni, immersi in un’atmosfera di magia, che ci proietta in un’altra e inquietante dimensione. Come dire, con un grezzo paragone, che il nostro ricordo del calcio ben piantato a terra (difesa e contropiede per la vittoria), può evaporare in un fantasioso contesto fatto di ali che convergono a centro, mezze ali che giocano da mediani, falsi nueve che fanno perdere la bussola e portieri veri cui si chiede di giocare non con le mani ma con i piedi, terzini che per definizione sono terza linea, ma vanno in prima alla ricerca della “profondità”.

Ce n’è quanto basta per venire spiazzati dal contesto del campo, dove vanno  in scena moduli, schemi, statistiche e magliette boutique. Ad arricchire il quadro metafisico il Video Assistant Referee, in arte Var, che funziona come il digitale terrestre di casa mia. Cioè, malissimo e discriminatorio, quando vuole e quando no.

Sullo sfondo la partita virtuale dei media nazionali, che finisce sempre col cappotto sul Napoli, città e squadra auto-referenziali e senza altre possibilità. Eccola, allora, la casta nazionale in trasferta di ex allenatori, giocatori decotti, arbitri in pensione, che cercano come disperati, dopo Napoli-Juve, il contatto tra Meret e il divino. Poiché non esisteva, hanno fatto appello al reato d’opinione “non l’ho scippato, ma volevo farlo”, sanzioni a scelta, per regolamento e pareri giuridici, tra “negligenza” (cartellino giallo), “imprudenza” (rosso) o “vigoria sproporzionata” (rosso). Un identico plotone mediatico prende il treno e va a Napoli a fare le ospitate beffa e a convincere i napoletani che il torto è di Meret, mentre Ronaldo prende il volo per scansarlo, spinto dal libeccio.   

Tutto a posto? Nel mio contesto, caro direttore, ci sono, però, anche gli antidoti a questo marciume. La Juve vince ma senza merito. Mi accodo. Una noia, lo so, ma la “bella giocata” è come la “bella giornata” di Raffaele La Capria, suggestione di un incanto napoletano. Sennò, perché applaudiamo per una veronica, un tunnel, un pallonetto, un dribbling, una rovesciata, un’azione entusiasmante? La bellezza del gioco – o almeno un gioco -, esiste e ci fa divertire. Per un sentimento di giustizia si desidera la vittoria come lieto fine delle belle giocate. Si può vincere, però, in altri modi, come dimostrano la Juve realista e le mie incazzature metafisiche.

Secondo Georges Boulogne, manager nazionale di calcio francese e teorico del gioco realistico, il punteggio ideale di una partita moderna è la vittoria per 1 a 0. In una sfida Bjorn Borg vs John McEnroe, il primo dà luogo a un gioco meccanico e monotono, ma vince. Il secondo libera la creatività, fa spettacolo, e vince pure lui. Chi scegliete?

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