Deridere la Juventus di Allegri è autolesionismo

Confessioni di un quasi cinquantenne cresciuto col calcio descritto da Desmond Morris come un campo di battaglia. Oggi il calcio è vegano e se fossi bimbo, non mi appassionerei più

Deridere la Juventus di Allegri è autolesionismo
(KontroLab)

(Articolo scritto il 5 marzo, all’indomani di Napoli-Juventus 1-2)

Sono fuori contesto

È un articolo da scrivere in prima persona.

È sempre più incalzante la sensazione di estraneità che provo nei confronti di quello che definisco il calcio contemporaneo. Il Napoli, il mio Napoli, perde in casa due a uno contro la Juventus e il giorno dopo mi guardo attorno e – a parte le polemiche arbitrali – è tutto un deridere, criticare la squadra che è venuta a mostrare quello che i più – indignati – definiscono non gioco.

Mi sento terribilmente all’antica. Rozzo. Primitivo. Persino molesto. Un provocatore. Ormai decisamente fuori contesto. Penso che la Juventus è venuta Napoli e ha vinto 2-1. Penso, nella mia visione arcaica del calcio, che ha giocato un ordinario primo tempo. Ha fatto pressing alto nei primi venti minuti. E alla prima opportunità ci ha castigati su punizione. E alla seconda ha raddoppiato. Un tempo, dalla parte degli juventini, si sarebbe detto: “e che vuoi più dalla vita?”. Un tempo appunto. Quando io seguivo il calcio e il mondo fuori non discettava di statistiche, di pass accuracy, e la bellezza era associata a Cindy Crawford o a Richard Gere.

E sì, nella ripresa non hanno fatto un tiro in porta. Ma hanno vinto. La parata più importante Szczesny l’ha compiuta su rigore. Li abbiamo chiusi nella loro metà campo ma se la sono cavata con qualche graffio. Non di più. Se deridiamo loro, che ci hanno battuti 2-1, che dovremmo dire di noi che abbiamo perso? Deridiamo uno zoppo che poi nella corsa va più veloce di noi. Mi guardo attorno e non capisco. Mi sento come il personaggio del film “Il dormiglione” di e con Woody Allen.

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Desmond Morris

Sono cresciuto con pareggi strappati con i denti, in dieci nella nostra area. Anche ai tempi di Maradona. Perché noi abbiamo vinto così, anche col più forte calciatore di sempre. Forse andrebbe ricordato più spesso. Con Bagni che menava chiunque gli capitasse a tiro. Menavano anche gli altri eh. Menava pure l’avveniristico Milan di Arrigo Sacchi. Menava Baresi. Menava Ancelotti. Chissà oggi quante partite riuscirebbero a concludere senza essere espulsi, per non parlare di Ferri e Bergomi. In fin dei conti, le regole del gioco erano chiare ed era chiaro l’obiettivo. Segnare. Vincere. Poi ciascuno provava a raggiungerlo come meglio credeva. Senza alcuna criminalizzazione. Allora non si ascoltavano frasi del tipo: “gioca con tutti dietro la linea della palla. Orrore!”. Ed eravamo felici. Inconsapevoli direbbero oggi i nerd del pallone.

Mi sento decisamente di un’altra epoca. L’epoca che ha in Desmond Morris il suo faro. Colui il quale paragonò il gioco del pallone a un rito tribale. E il gol all’uccisione della preda. In una recente intervista a La Stampa, ha detto: «Credo ancora che il gol sia la sublimazione dell’istinto da killer. Invece di cacciare la preda, si caccia la vittoria. La squadra è fatta da un gruppo di uomini che devono procurarsi il cibo, anche se ora si chiama successo».

Il calcio vegano

Esatto, questo era il calcio. Un terreno di caccia. Così mi sentivo. Era una battaglia. Oggi non è più così. È un calcio vegano, non c’è spargimento di sangue. Altrimenti arrivano gli animalisti e ti piantano un casino. È la nouvelle cuisine. Ma noi eravamo abituati, siamo cresciuti (almeno io), con piatti abbondanti. Da trattoria. Della nonna.

Mi rendo conto che quel che cercavo io nel calcio, quel che mi attirava del calcio, non solo non esiste più (se non in rare occasioni) ma è pure considerato blasfemo, indecoroso, socialmente inaccettabile. Sono eversivo. Eppure non ho fatto niente.

Li pubblico sul Napolista i pezzi contro Allegri, sul non gioco della Juventus. È giusto così. Riguardo e talvolta penso che sia tutto un grande “scherzi a parte”. Poi un giorno arriverà qualcuno a dire che è stata una montatura. Giusto per capire le reazioni di quelli come me. Faccio pensieri da anziano. Se oggi fossi bambino, non mi appassionerei mai al calcio. Non potrei mai appassionarmi a un gioco dove chi vince viene quasi deriso. Eppure – questa cosa ci tengo a dirla – ancora oggi guardo l’Olanda di Cruyff. Sono stato tra i primi – dopo anni – a riconoscere, da tifoso ferito del Napoli, la superiorità del Milan di Sacchi. Ma all’epoca non era una malattia. Loro avevano scelto di giocare diversamente, ed era bello ammirarli. Nessuno ti rifiutava se tu continuavi a giocare diversamente.

Alla fine, essendo una caccia, vinceva chi aveva ammazzato più prede. E del modo in cui imbracciavi il fucile non gliene fregava niente a nessuno.

La Juve ha vinto 2-1 a Napoli ed è più forte di noi. E contro l’Atletico giocheranno una grande gara. Lo dico io che tiferò contro di loro. E hanno un grande allenatore. Tanto ormai la reputazione me l’ero già giocata.

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